Infermiere – Assistere per essere assistiti


Non è chiaro quale sia la motivazione per la quale un ragazzo di 18 anni scelga di fare l’infermiere nella vita. Ricordo che quando cominciai a fare il tirocinio, nel lontano 1978, molti dei pazienti che mi vedevano nella linda bianca divisa, mi guardavano con viso impietosito ed esclamavano la frase che, fino ad ora, non avevo mai capito: “Poverino, come mai hai scelto di fare l’infermiere?”
Rispondevo con l’unica cosa che a quell’epoca sembrava la risposta giusta per me stesso: “Perché mi piace!” e stampavo sulla faccia un sorriso da hostess, sardonico e condiscendente.

Sono passati molti anni da allora e pur non avendo mai cercato attivamente una ragione alla mia risposta, incompleta e sostanzialmente falsa, ora credo di aver capito quale potrebbe essere la verità.

Sono sempre stato alla ricerca di qualcosa che mi mettesse in luce, che attirasse l’attenzione delle persone che avrebbero dovuto sorreggermi e amarmi e di quelle che avrei voluto che lo facessero. Solo che non me lo confessavo. Nessuno ammette di aver bisogno di essere considerato e di essere al centro delle attenzioni altrui. Nessuno si sente in grado di chiedere espressamente di essere “visto”, se lo aspetta e sa che chiedere di essere visto, è solo una richiesta che non aumenta le dimensioni del proprio valore. Essere visti e considerati dovrebbe essere un diritto, come respirare, mangiare, socializzare.

Ci sono tanti modi per mettersi sul palco della vita, per essere illuminati dallo sguardo dei tanti. Uno è salire di fatto sul palco a cantare, a recitare, a suonare, a far ridere, eccetera. Un altro è quello di fare qualcosa per gli altri, in modo che essi ci portino in trionfo, che ci ringrazino, che abbiano bisogno di noi. Fare l’infermiere, credo, è la quintessenza di questa modalità.
Aiutare gli altri, per riflettere nella loro riconoscenza il nostro ego, per sentire nelle loro parole di gratitudine, il dolce suono della voce di chi ci teneva in grembo e che ci metteva al centro non solo del suo mondo, ma di tutto l’universo. E’ un modo per acquistare quel valore che ci è stato negato, o che sentiamo non essere stato giustamente confermato.
Assistere chi soffre è si una missione encomiabile, ma è, a mio modo di vedere, un modo per essere assistiti nel desiderio di sentirsi premiati. Il nostro abbraccio simbolico verso chi soffre, è fatto anche a noi stessi, attraverso la loro riconoscenza, il loro affidarsi a noi.

Ora so che cosa risponderei se mi fosse rifatta quella domanda: “Perché ho bisogno di carezze!”

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