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Un Vento gelido

Oggi, 25 aprile, dovrebbe essere un giorno da vivere e ricordare lietamente, in memoria di quello che fu il giorno della liberazione d’italia, ma io non la vivo in questo modo.
Certo la storia ci dice che il 25 aprile del 1945 fummo liberati dal giogo dittatoriale in cui ci consegnammo allegramente, ma siamo stati in grado di essere veramente liberi?
Siamo ancora in grado di mantenere questa libertà?
NO!

Un vento agghiacciante di fascismo e nazionalismo, soffia da nord e da est.
L’Olanda cade sotto la pressione nazionalista, in Ungheria un governo fascista, in Austria il fronte nazionalista, in Francia la fascista Le Paine, qui da noi il caos, sono tutte condizioni per la caduta e la fine della libertà e dello stato di diritto.

A ciò si aggiunga la crisi economica, il governo soffocante delle banche, la dittatura del petrolio, l’anticultura della televisione figaiola e pettegola, la malavità politica e organizzata ed il cocktail letale è pronto per essere servito a menti deboli e costruite con assolutismi e frasi fatte.
Abbiamo i giorni contati. Se ci guardate bene e riuscite a vedere, scorgerete la fine del panorama libero e accogliente.

Godetevi questa giornata bella, piena di sole, state in famiglia e correte sui prati. Ubriacatevi di spensieratezza e di buon vino.
Potrebbe essere l’ultima occasione!

Sala Operatoria – L’Angoscia della Responsabilità

Ogni volta che un paziente viene riportato in sala operatoria per una complicanza chirurgica susseguente ad un intervento nel quale sono stato direttamente coinvolto, in mansione di strumentista o assistente di sala, provo una angoscia soffocante.
Pur con tutta la logica e la serietà con cui si dovrebbero affrontare complicanze e incidenti chirurgici, rimane comunque un’ombra che getta un sottile offuscamento della ragione, la convinzione di aver sbagliato qualcosa e, fin qui, non ci sarebbe nulla di così sconvolgente.
Quello che mi angoscia è il non ricordare che cosa potrei aver sbagliato, cosa non avrei attentamente valutato, cosa non ho avuto sott’occhio. Insomma l’angoscia deriva dal vuoto di memoria e controllo che non può essere evitato, almeno non sempre.

A volte mi chiedo se la gente si renda minimamente conto del peso che porta il personale sanitario, nel compiere il proprio dovere. Al di la degli attuali scandali malasanitari, chi fa onestamente e appassionatamente il proprio lavoro, è spesso fatto oggetto di una oppressione di responsabilità e di mansioni, assai difficile da sopportare. Si parla tanto di quello che non va, ma non sento una sola parola a favore di ciò che invece funziona molto bene. Peccato!

Per chi, come me, è già stato coinvolto in una indagine per malpractice, rimane un marchio indelebile.
Fui coinvolto in una indagine nella quale una donna aveva subito delle lesioni a seguito della ritenzione di una garza in addome. Fu una esperienza molto triste e angosciosa. Mi fu consegnato l’avviso di garanzia sul posto di lavoro, da due carabinieri che mi illustrarono sommariamente le ragioni e i procedimenti a cui sarei andato incontro. Dovetti cercarmi un avvocato penalista, dialogare con lei di un fatto accaduto diversi mesi addietro e il caso finì sui giornali locali.
Fui convocato in Pretura dove apposi la mia firma sul librone degli indagati, in presenza di un cancelliere e di due carabinieri. Una esperienza amara.
A quel tempo dovevo partire per una adozione internazionale e mi vedevo già in carcere, invischiato in una bufera di malintesi, contraddizioni ed altre ingiuste accuse. Ma non andò affatto così.
Fui prosciolto in istruttoria poiché io e la mia collega dichiarammo subito che il conteggio non tornava, ma i chirurghi non trovando la flanella nella pancia, conclusero che non avessi fatto bene il conteggio e chiusero l’addome. Un testimone disse tutto questo e per me finì tutto li.

Questo accadde nel 1995 e da allora non mi sono più liberato di questo fantasma. Fortunatamente non capita spesso di riaprire un paziente operato di recente per una complicanza, ma quando capita rivivo ogni volta lo stress angosciante e gravoso, di un errore di cui non abbia nemmeno potuto rendermi conto, ma non per questo meno pesante da sopportare.
Spero per tutti voi, che fate il mio stesso mestiere, che non vi capiti mai di provare questa morsa asfissiante.

La lunga strada del mare

Una lunga strada sul lungomare.
In fondo i due fari di una automobile che sembra immobile, quasi ad allungare la già lunga distanza.
La luce della vita sul fondo, alle spalle, ed un incerto orizzonte innanzi.
I bordi scompaiono in una perdita di dettagli, come i racconti e le esperienze della vita.
Rattoppi d’asfalto, come cicatrici dell’anima.
Piccoli avvallamenti nel catrame, come gioie morte prima di nascere.
Strisce pedonali, vite incrociate e frammenti di ricordi

Il vento agita questa lunga via del mare, piccole raffiche di sabbia coprono la via,
cancellano le memorie fino a che un nuovo fiato le sposta per far riaffiorare un sorriso od un pianto.

La lunga strada del mare sembra non avere fine.
Sguardo indietro e occhiata in avanti. Dove il principio e quale la fine.
Due punti di vista che non hanno ne un inizio, ne una fine.

La lunga strada del mare, impossibile da trattenere negli occhi.
Dove il principio e quando la fine non importa.
Importante è percorrerla.

How Deep Is Your Love

Era una canzone dei Bee Gees, una canzone d’amore, forse del 1978. La mettevano su quando si ballavano i lenti e io, che mi intenerivo immensamente al solo sentire le sue prime note, non ho mai avuto il privilegio di ballarla con nessuna.
Eppure avevo un bisogno d’amore gigantesco.
Ma non sapevo come incontrare quell’amore di cui avevo sete.
Tenere note musicali che mi facevano gridare sommessamente la mia voglia d’amore, di intimità, di baci e carezze. Quelle grida non sono mai uscite dal mio cuore, e sono ancora li che aspettano.

Oggi, a cinquant’anni, quando ascolto questa canzone, provo ancora la stessa tenerezza. Rivedo quei luoghi e quelle luci offuscate, fatte per creare quell’atmosfera che non ho mai potuto vivere da protagonista.
Non importa, il tempo non ha cancellato nulla dentro me.
Aspetto ancora di ballare con quella canzone e forse l’attesa mi tiene per sempre legato all’amore; un sentimento che non tramonterà mai.

Guerra del Vietnam

Premessa

Pur non essendosi più verificato un conflitto a livello mondiale, nel lungo periodo che va dalla fine della Seconda Guerra Mondiale ad oggi, si sono scatenati moltissimi conflitti più o meno circoscritti territorialmente, più o meno devastanti e sanguinosi, più o meno motivati. In ogni singolo, stupido e orrendo conflitto, è sempre stata coinvolta la popolazione civile!
Da quel lontano 1945 ad oggi si sono verificati oltre 500 conflitti solitamente a carico di paesi in via di sviluppo o in fase di delicato assestamento politico-economico. Tra tutti questi diverbi armati, uno dei più sanguinosi, devastanti, inutili, ingiustificati e clamorosi, fu quello scatenatosi sul territorio indocinese del Vietnam.
Nell’interminabile trascorrere dei 29 anni che vanno dall’inizio degli scontri tra vietnamiti e francesi, alla fine dell’impegno americano, sono state compiute le più grandi efferatezze, fisiche, politiche e religiose e le più orribili atrocità, dove lo scatenarsi della bestialità umana non conobbe confini.

Questa guerra estremamente brutale, soprattutto a carico della popolazione civile, fu una guerra inutile perché non portò, in sintesi, ad un miglioramento delle condizioni sociali o ad un armonioso convivere delle rappresentanze etniche presenti sul territorio. Fu una guerra devastante dove l’economia delle due fazioni in lotta riconobbe un tracollo e dove si provocarono tali danni ecologici da frantumare un delicato equilibrio naturale che è durato per moltissimi anni.
La Guerra del Vietnam fu una guerra ingiustificata, poiché l’impegno francese dapprima e quello americano poi, non erano motivati da stringenti esigenze economiche, ne da bisogni territoriali
Fu un evento bellico soprattutto clamoroso, in seguito al quale due potenze economico-militari di sicura prevalenza, vennero sconfitte da una forza militare rozzamente armata e sostenuta da una economia che riconosceva, quale principale fonte economica, la sola agricoltura.

BlackJack

Questo brano da discoteca della fine degli anni settanta, mi ricorda tante cose.
Andavamo all’Embassy verso le due e mezza del pomeriggio. Ci andavamo a piedi dopo circa due o tre chilometri, pronti per ballare e per, eventualmente, appiccicarsi ad una ragazza.
Si attendeva l’apertura della disco in fondo alla scalinata, tra chiacchiere, schermaglie di socializzazione, gruppetti di donne e maschietti qui e la. I più sborroni tiravano fuori la sigaretta e l’accendevano, mostrando quella maturità che non avevano.
Si entrava tutto sommato in ordine. 3.000 lire era il costo del biglietto, le ragazze non pagavano.
Si entrava in quel luogo a due piani, sopra i divani e il bar e sotto divani, pista da ballo, palco per l’orchestra e bar. Una musichina preliminare ci accoglieva e poi, quando il locale si riempiva un po’, iniziava la musica vera, quella da s-ballo.

I brani del 1978-79 sono stati quelli della disco più spinta e tra questi brani BlackJack di Baciotti era fantasmagorico. Mi piaceva fino alla commozione ed ora, nonostante i 32 anni passati da allora, provo più o meno le stesse emozioni.

Un pomeriggio, proprio mentre BlackJack mi faceva volare, in fondo alla pista vedo lei, la ragazza più bella del mondo che mai avrei immaginato di vedere li.
Manuela era carina, dal viso sereno, sorridente ed io ero totalmente suonato per lei, ma non ero mai stato in grado di dichiararmi e non lo feci nemmeno quel pomeriggio; pomeriggio fatale per me e per lei.

Ci eravamo accomodati sul divano a parlare e nonostante i decibel che ci avvolgevano, riuscivamo ugualmente a capirci. Anzi per me la musica era appena un sottofondo.
Quella volta i lenti ancora si ballavano e proprio mentre si avviavano quelle note dolci, un tipo si avvicina e le chiede di ballare.
Io, coglione al cubo, non solo non mi opposi, ma non cercai nemmeno di prendere l’iniziativa e portarla io a ballare.
Quello se l’è pigliata e se l’è portata sulla pista. Io, da coglione al cubo, ero ingenuamente convinto che sarebbe tornata da me.
Mentre attraversavo la pista per raggiungere i miei amici vedo i due che si baciavano con passione. Il calore della loro passione bruciava me, che mi sono sentito sprofondare, sotto al pavimento. Si era improvvisamente creata una fossa cimiteriale dove sono caduto inesorabilmente.

Una fiammata ardente che mi ha arso vivo, che mi ha riportato a casa, da solo, a piedi, in una domenica nebbiosa e grigia come il mio cuore, ridotto in cenere.
Che botta! Non mi sono rifatto per circa un anno.

Fu fatale per me per le ragioni che ho esposto e per lei perché poi lui se l’è sposato!

Ricordo di uno sfigato

Sarà stato forse agli inizi del 1978. Roberto mi disse che aveva conosciuto una ragazza con la quale aveva un appuntamento nel tardo pomeriggio e che aveva una amica disposta ad uscire con me.
Accettai di andare con lui, sebbene fossi già in avaria per quell’appuntamento.
Non sono mai stato uno sciupafemmine, quanto piuttosto un imbranato professionale, ma a 17 anni si è “inspiegabilmente” attratti dalla figa, quindi diciamo che ero a disagio, ma qualcosa mi diceva che dovevo andare.

Avevo un milione di dubbi, due milioni di paure, tre milioni di foruncoli sulla faccia, mille mila tic e feci il viaggio in autobus con un sorriso sardonico stampato sul volto, più da ebete che da isterico.
Era una sera invernale di cui ricordo la nebbia più che il freddo e scesi dall’autobus a Viserba, una frazione di Rimini che d’inverno assomiglia più a NY di “Io Sono Leggenda” che ad un paesino rivierasco popolato da vivi.
Dopo circa 10 minuti si presentò solo la ragazza del mio amico.
“Lo sapevo!” dissi tra me e me, però cercai di capire se dovevo solo attendere, oppure levare subito i tacchi ed andarmene.
“E la tua amica?” chiesi mentre lei si abbracciava a Roberto.
“La mia amica non esce con uno sfigato come te!”
Poi si girò e se ne andò via con il mio amico.

Non dissi nulla, amaramente sollevato da quella risposta. Attesi l’autobus e me ne tornai a casa mestamente.

E’ un ricordo nitido, sereno, un pochino tenero. Non provo rancore o dolore, ero abituato a quelle risposte ed alla mia imbranataggine, però mi chiedo se ora quella li abbia un vago ricordo di quanto accaduto.
Forse è madre di famiglia con un figlio che forse ha ricevuto le stesse risposte da qualcuna come lei.
Forse ascoltando le confessioni del figlio, le verrà in mente di quando anche lei ha fatto la sua parte di aguzzina, ma non credo. I carnefici non hanno memoria a lungo termine!

Disonore ai vinti

67 anni fa a Cassibile, in Sicilia, un alto ufficiale italiano presenta agli Alleati anglo-americani la richiesta di armistizio. Era il 3 settembre 1943.
Tre anni di guerra assurda, condotta dagli italiani in modo indegno, hanno portato ad un risultato pazzesco e, per i fascisti di allora, impossibile: la resa. La resa più umile, senza condizioni, senza onore e colma di vergogna, sangue, stanchezza e miseria.
L’impero dell’italica stirpe, la Roma dei Cesari e degli Augusti, la penisola del Duce della Provvidenza, non potè fare altro che arrendersi ad un nemico soverchiante, disposto a fare di ogni città, un cumulo di macerie.
Il prezzo pagato dagli italiani fu enorme, la miseria fu l’unico vero padrone dell’Italia, ma l’armistizio non portò nessuna pace e nessun tacere dei cannoni, anzi.
I cannoni tuonarono ancora e con più violenza, da una parte e dall’altra e il lacero popolo italiano si trovò nel mezzo.

Milioni di sfollati, centinaia di migliaia di feriti e disperati, migliaia di morti, furono il prezzo da pagare nei soli due anni che seguiranno alla firma di quell’armistizio.
Una nota diabolica contraddistingue quelle date. Il 3 settembre l’armistizio venne firmato, ma Badoglio attese 5 giorni per annunciarlo ufficialmente alla popolazione, per timore di una rappresaglia tedesca che, come tristemente narra la nostra storia, si fece più feroce e crudele.

L’esperienza fascista non finirà nemmeno con la fine della Guerra, perché nell’indole dell’italiota gente c’è la resa al padrone, il soccombere al più forte, l’inneggiare al despota.
A quei tempi si chiamava Mussolini Benito da Predappio, poi si chiamò Andreotti ed oggi si chiama Berlusconi.
Quando anche Berlusconi chiederà l’armistizio, ancora una volta il popolo si troverà tra due fuochi. Ma non cambierà nulla ugualmente e non avrà imparato nulla.
Peccato!

Incredibile Nostalgia

nostalgiaNon so perchè, e non mi interessa di saperlo, ma oggi ho avuto un momento di indicibile nostalgia dei miei posti, di quei posti che mi hanno visto crescere e nei quali ho lasciato le vesti di bimbo per prendere quelle dell’uomo che sono.
Sono stati attimi di commozione al ricordo di quella atmosfera, di precisi dettagli, dei colori.
Sensazioni forti date dal tempo che passa e da quello che è passato e che non se ne va via senza lasciare il segno.
Il peso e lo spessore dei ricordi aumentano sempre più e, con il passare degli anni, quelli più lontani diventano sempre più evidenti e bisognosi di attenzione.
Chiedono spazio e nel far ciò, talvolta, affiorano prepotentemente, irresistibilmente, senza curarsi del dove, o del come, o del quando.

Ho avuto il mio rendez-vous con il mio passato oggi, mentre stavo lavorando.
Il mio non è una lavoro che lascia molto spazio alla soggettività, o almeno non dovrebbe, ma oggi con i ricordi e la nostalgia non si poteva patteggiare. Non li si poteva mettere a tacere sotto una coltre di concentrazione e dedizione alla professione. Ho dovuro dar loro lo spazio che hanno richiesto, ho lasciato che mi avvolgessero il cuore e la mente, ho dovuto a loro il rispetto che si da a se stessi, perchè i ricordi sono parte del sè.

Ho ripensato alla mia casa d’infanzia, ai miei amici, alla musica che mi ha rallegrato l’adolescenza, alla luce di certe giornate, ai colori dell’autunno nei giorni della mia primavera.
E come i ricordi, alcune lacrime non hanno potuto fare altro che uscire, senza imbarazzo e senza briglie. Hanno bagnato i miei occhi e liberato la mia anima e non me ne vergogno, sebbene non fossi solo in un ambiente che poco ha a che fare con sentimenti e tenerezze, la sala operatoria.

Poche lacrime di gioia. Gioia di essere vivo, di essere libero dentro e fuori, di essere capace di manifestare i miei sentimenti di un breve momento di constatazione del mio passato, di cui non rimpiango nulla.
Vorrei solo poter avere il privilegio di rivedere ancora una volta quello che sono stato nei giorni del mio sbocciare.
Non sono triste per il tempo che passa, ma sono contento di ricordare di averlo vissuto.

Il Secondo Ventennio

Somiglianze?

Somiglianze?

E’ difficile parlare di attentato alla democrazia in un paese non più libero da molto tempo, ma dato il clima fascista oggi vigente in questa nazione, che ama parlare troppo di libertà, è un dovere di libero cittadino (ancora).

Quando un capo di governo dice troppe volte “libertà” e “democrazia” nelle sue esagerate comparizioni televisive, significa che sta lavorando a sfavore di questi due concetti, oppure egli stesso sente che se non pronuncia quelle due rassicuranti paroline con sufficiente frequenza, la gente potrebbe effettivamente accorgersi che si tratta di due parole senza un senso.
Il nostro Duce2 pronuncia quelle parole almeno 20 volte al giorno e quando qualcosa minaccia la sua libertà, non quella di tutti.
Quando si ficca la parola libertà in ogni salsa verbale, in ogni intervista, in ogni comunicato, in ogni vaneggiamento, significa che la libertà non c’è, o è scomparsa.
La libertà è una condizione innata, non una parola vuota e un capo di governo, il condottiero, non dovrebbe sentire il bisogno di nominarla ogni volta che apre bocca. Se la dovrebbe sentire dentro se, addosso, la dovrebbe percepire nel popolo che guida e nelle istituzioni che gestisce.
Invece in italia non è così.
Non è più così!

In questa nazione si sente la libertà più che mai viva, di etichettare la gente, le loro azioni, il loro colore e di infondere nelle stesse umane genti, il seme dell’odio e della separazione; il germe della segregazione.
Oggi vanno di gran moda l’esercito, il razzismo velato di altruismo e rispetto, l’informazione guidata e spettacolare, la censura di pensieri e opinioni e la cesura tra quello che si ritiene comodo e quello che si ritiene scomodo.
E’ un clima da dittatura, pabulum ideale per despoti, dittatori e fascisti. Il clima tipico che portò un tale Mussolini Benito a prendersi l’italia e dominarla per venti lunhi e disastrosi anni.
Per rivivere direttamente quell’epoca, mancano solo le leggi razziali, il sabato fascista, il saluto al Duce (2), l’abolizione del “Lei” e della stretta di mano e la scritta “Mi Consenta!” su tutte le case del fu Bel Paese.

E’ un declino e un abbruutimento inevitabile ed inesorabile, ma con una differenza sostanziale e drammatica.
Se il Duce1 conquistò il potere con gli schiaffoni, le manganellate e l’olio di ricino, il Duce2 è salito al potere portato a spalle e felicemente dal popolo italiano, abituato alla propria ignoranza e al proprio bisogno di farla franca.

Se il Duce1 armò le sue squadracce di un qualche ideale e di un certo fervore (forse solo fame), il Duce2 ha fatto leva su ignoranza e accondiscendenza di un popolo stremato, mammone e confuso. Quel popolo che la sinistra non ha saputo rispettare, ascoltare e proteggere.
E’ colpa della sinistra e dei suoi incapaci e inetti rappresentanti, se ora il Duce2 sta traghettando l’italia verso il baratro della nuova dittatura.
Un despota non esiste se nessuno si fa calpestare!

Ora l’italia ha il suo nuove Duce, il nuovo “Lui”, il nuovo “Uomo della Provvidenza”.
E’ colui che il popolo italiano ha voluto, spero solo che questo popolo sia contento!

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