Una delle poche cose belle del mio lavoro di infermiere, è quella di avere il privilegio di ascoltare le persone raccontare della propria vita e proprio di una di queste storie, vorrei oggi rendervi partecipi.

Si trattava di un paziente anziano, ma vigoroso, uno di quegli uomini robusti, anziano ma forte, fiero e grande.
L’avevamo operato di cataratta, un intervento banale ed in anestesia locale, della durata di pochi minuti.
Alla fine del piccolo intervento, come al solito e per rinfrancare la persona dallo stress subito, posi la solita domanda :
“Come va? Tutto bene?
Ha avuto paura?”
Lui, in piedi davanti a me rispose sorridendo:”Dopo quello che ho passato, non ho più paura.
Sono un uomo fortunato!”
Non potei fare a meno di chiedergli le ragioni della sua affermazione e lui lo raccontò. E forse non desiderava altro.

Verso la fine della guerra era stato fatto prigioniero dai nazisti e spedito in un campo di prigionia in Germania. Per sua stessa ammissione, disse che non se la passava tanto male ma, come capita a tutti gli uomini prigionieri, l’unico pensiero che lo guidava in ogni singolo giorno, era quello di cercare di fuggire per riconquistare la perduta libertà.
Un giorno se ne presentò l’occasione.
Un camion entrava tutti i giorni nel campo per portare prigionieri e materiale. Di solito, appena il camion varcava il cancello, questo veniva subito chiuso dalle guardie e quella era l’unica via per entrare e uscire dalla fortezza.
Quel giorno, per imprecisate ragioni, il cancello rimase aperto e le guardie che attorniavano il camion e che si trovavano sempre a ridosso del cancello, si trovavano invece dall’altra parte del camion, lasciando un varco incustodito. Per quell’uomo e i suoi compagni era l’occasione che attendevano da tempo e che, forse, non si sarebbe più verificata.
Il camion rimase fermo poco dopo il limite d’ingresso e l’angolo della baracca dove si trovavano i nostri eroi, non era tenuto d’occhio da nessuno dei soldati della fortezza.

Con un guizzo e grazie al vigore dei loro vent’anni, sgattaiolarono dietro al camion e guadagnarono l’uscita in un batter d’occhio, non visti e liberi finalmente di conquistare l’agognata libertà.

Uscirono dal campo interno e sapevano già che avrebbero dovuto raggiungere il muro di cinta. Lo fecero rasentando il muro alle loro spalle fino al punto in cui, dirimpetto, si trovava l’ingresso al lungo tunnel che li avrebbe portati fuori. Il tunnel era saltuariamente sorvegliato dai soldati, ma proprio in quel momento le guardie non c’erano.
Uno alla volta, i fuggiaschi lasciarono rapidamente il muro interno per imboccare il tunnel e percorrerlo fino alla vera e propria libertà.
Il nostro protagonista fu l’ultimo a doversi staccare dal muro interno, percorrere di corsa il breve tratto allo scoperto fino all’ingresso del tunnel e percorrerlo poi fino in fondo.

Percorse i pochi metri del tunnel, passo dopo passo, con il cuore in gola e appiccicato alla parete. Sapeva che se qualcosa fosse andato storto, per lui sarebbe stata la fine.
L’uscita si avvicinava sempre più e gli ultimi metri li percorse correndo.
Appena fuori dal tunnel, quando tutto sembrava diventare leggero e luminoso, una mano gli si appoggiò alla spalla!

Dinnanzi a noi, che lo ascoltavamo in silenzio, presi da un po’ di tensione, quell’uomo si commosse.
Ci disse del suo stato d’animo di uomo perduto, di colui che è consapevole della fine, di chi stava per soccombere alla crudeltà del destino fatale.
Lui credette, senza voltarsi a scoprire chi lo aveva fermato, che quelli sarebbero stati gli ultimi istanti della sua vita.Ma un sorriso dolce gli disse, in tedesco, che si era guadagnato la libertà e lo lasciò andare.

Confesso di essermi commosso nel vedere quell’uomo fiero e orgoglioso in piedi davanti a me, che raccontava della sua morte scampata, concludere il racconto con il sorriso di un uomo veramente libero e fiero di esserlo.
E’ un breve racconto, lo so, che a me ha insegnato il valore della libertà, dei ricordi, della fierezza, della speranza e della vita.
Spero possa insegnare le stesse cose anche a voi.

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