Questa è una revisione del precedente primo articolo che, stranamente, ha riscosso e continua a riscuotere un notevole successo.

Questo articolo parla di una cosa poco trattata, la Sala Operatoria (SO), la vita al suo interno, i suoi ospiti, il lato oscuro e affascinante, le cose belle e brutte che la contraddistinguono.
Non è facile parlare di cose che la gente normale conosce attraverso le fandonie di ER e il Dr. House. Chi ha avuto la sua esperienza di Sala Operatoria da paziente, può raccontare quel poco che ha capito od è riuscita ad intravvedere, ma di solito rimane silenziosa sul proprio vissuto da paziente in un luogo di cui non si sa praticamente nulla.
Eppure la Sala Operatoria è il fiore all’occhiello di ogni ospedale, l’angolo buio nell’immaginario collettivo, la sorgente di notizie sensazionali e terribili a giorni alterni. Per chiunque è il posto dove nessuno vorrebbe mai entrare e forse proprio per questo, è un luogo terribilmente affascinante. Nessuno vorrebbe entrarci, ma tutti vorrebbe guardarci dentro.

Ma che cos’è una Sala Operatoria?
Anzitutto è un luogo chiuso e questo è l’aspetto più importante di tutto l’argomento. Di quel luogo non si può vedere nulla, ma soprattutto da essa non esce nulla e se anche qualcosa riesce a trapelare, è sempre filtrato o mutilato di qualche verità o elaborato per offrire un aspetto accettabile.
In linea di principio, la Sala Operatoria è un ambiente illusionistico, la camera dei segreti della medicina.
A contenere il segreto concorrono diversi fattori, alcuni necessari alla buona riuscita delle funzioni e delle azioni che si svolgono al suo interno, altri necessari ad evitare che la gente scorga il lato drammatico di quella che oserei chiamare “Violazione dell’essere umano”.
Violare un essere umano è un atto drammatico, talora raccapricciante, freddo, meditato e portato avanti con scrupolosa determinazione e, a pensarci bene, non c’è tanta differenza nel compiere l’atto di sparare ad una persona ed operarla chirurgicamente. In entrambi i casi se ne viola l’integrità, se ne materializza uno scopo e viene eseguito con lucida velleità; quello che cambia sono gli effetti, ma il periodo che passa tra l’attimo prima e quello successivo all’atto in se, è una fase di estrema violenza, dove l’essere umano è in balia di altri esseri umani.

Poi la Sala Operatoria è un luogo ad elevata tecnologia, dove vengono impiegati strumenti e presidi unici per costo e sofisticazione. Questo non ha solo aspetti ammirevoli e suggestivi, ma anche lati diabolici che portano qualche volta a sviluppare tale tecnologia a fini di lucro più che per fare effettivamente del bene ai pazienti.
Come per altri ambiti sanitari, la SO non è disgiunta dalle mode e dalle “tendenze” e, considerata l’impressionante mole di denaro che circola attorno alle attività della SO, si materializzano veri e propri atti di corruzione e spreco che però non coinvolgono l’operando.

Poi la SO, per via della sua impenetrabilità, è un luogo di esercizio illimitato di potere, una arena dove gli attori sono i leoni (primari o altri medici feroci), i “cristiani” (gli infermieri) e i pazienti. La lotta tra i primi e i secondi vede veri e propri atti di ferinità, violenza, sottomissione. Nello svolgimento di questa lotta, talora rimangono coinvolti anche i terzi, con esiti incerti (la cronaca ci ha reso tristemente spettatori di tali accadimenti).
Al di la degli istinti propri del predatore e della preda, l’esercizio di potere è avvelenato spessissimo da invidie, gelosie, vendette, ricatti per i quali il pesce grosso non si accontenta solo di mangiare quello piccolo, lo vuole umiliare.

Trascurando gli eccessi descritti che, fortunatamente sono assai limitati, vediamo la Sala Operatoria dalla parte dell’utente-paziente.
Questo ambiente evoca la imperscrutabile paura di “non risvegliarsi”.
Pur non potendo in alcun modo garantire che ciò non possa mai avvenire, il personale tutto della SO è assai interessato affinché al paziente vada tutto bene, sia per una normale etica professionale, sia per l’umana compassione nei riguardi di chi soffre, ma non ultimo per evitare le sempre più gravose minacce legali a cui il personale è costantemente sottoposto. Sebbene ci sia una diffusa convinzione che la sanità italiana sia allo sfascio, il personale sanitario si mette in gioco ogni giorno per permettere ad altri di cercare di vincere la propria partita con la malattia.

A cosa va incontro un paziente che deve essere operato?
Di solito il paziente non sa nulla di come si svolgerà la sua avventura in SO. Lo imparerà ma mano che succede.
Di solito la mattina dell’intervento, il paziente viene preparato in reparto per l’accesso nel Blocco Operatorio (Il complesso che raduna diverse Sale Operatorie di diverse specialità). E’ di solito richiesto che abbia già fatto una doccia, che serve per rimuovere lo sporco dalla cute; sporco che rischia di contaminare la ferita chirurgica.
Talvolta è richiesta la depilazione dell’area in cui verranno praticati i tagli chirurgici. Questo per evitare le contaminazione da parte dei peli. Sarebbe ideale una depilazione con creme depilatorie ed è preferibile una ampia depilazione.

Al paziente è richiesta la totale nudità per due semplici ragioni:

  • gli indumenti sono pericolosi ostacoli al lavoro di anestesisti, chirurghi e infermieri
  • gli indumenti privati possono sporcarsi di disinfettante, sangue ed altri liquidi, oppure possono essere rovinati dalle manovre sanitarie e il personale non si fa carico della loro pulitura o integrità.

Quindi la nudità non è superflua o perversa, ma è una salvaguardia. Anche se si deve subire un intervento ad un piede, è inutile indossare un reggiseno o le mutande. Se interviene un arresto cardiaco od una fibrillazione ventricolare (eventi remoti, ma non impossibili), la maglietta impedisce una valida ed efficace rianimazione cardio-respiratoria.
Se l’intervento al piede è lungo e complesso, l’anestesista può richiedere il cateterismo vescicale per valutare le funzioni dei reni. Ebbene le mutande impediscono il cateterismo vescicale.

Il paziente di solito viene premedicato, ovvero gli vengono somministrati dei farmaci che favoriscono l’induzione dell’anestesia. Questi farmaci causano giramento di testa e una sonnolenza importante. E’ tutto normale ed è quello che si cerca di ottenere.

Poi il paziente viene prelevato dal reparto, da parte del personale del BO. Il percorso è di solito breve ed il paziente è sul suo letto di reparto o trasportato con una carrozzina. Non è possibile per il paziente essere accompagnato da parenti o amici, a meno che non sia un bimbo sotto i 12 anni, per il quale è prevista per legge la presenza dei genitori fin dentro al BO, ma non in SO.
Ma perchè non possono entrare in SO?
Perchè durante le manovre anestesiologico-chirurgiche uno dei genitori potrebbe stare male ed il personale di sala non può farsi carico anche di questo incidente, o fidarsi delle rassicurazioni dei genitori sul loro stato di lucidità e fermezza. L’atto chirurgico non tollera distrazioni.

Dal letto di reparto, il paziente viene fatto adagiare sul tavolo operatorio rigido, stretto e sostanzialmente scomodo.
Questo tavolo è provvisto di accessori come un fermapolso, una fascia per fermare gli arti inferiori, uno o due reggibraccia.
A cosa servono?
Il primo serve a fermare il braccio non coinvolto nelle manovre chirurgiche e anestesiologiche ed evitare che scivoli e possano lesionarsi.
La fascia ferma-gambe serve affinchè queste rimangano sul letto sia prima, sia durante, sia dopo l’atto chirurgico, evitando lesioni da malposizionamento.
IL reggibraccio serve ad adagiare il braccio a cui sono collegate le flebo ed altri sensori utili all’anestesia.

Il paziente viene quindi preparato per l’anestesia e l’intervento. Vengono di solito applicati degli elettrodi sul torace e viene introdotto un grosso ago in una vena del braccio.
Ma perchè l’ago deve essere grosso?
Perchè deve essere sempre possibile praticare dei farmaci (anche salva-vita) o infondere grosse quantità di liquidi, se ciò sia richiesto o necessario. Un ago piccolo (e indolore) non garantisce niente di tutto questo.
Inserire un grosso ago (seppur doloroso) non è una pratica di sadismo, ma un modo per mettere al sicuro il paziente!

A questo punto il paziente entra nella sala operatoria vera e propria.
Vedrà macchinari, lampadari strani e personale intento ad espletare le proprie funzioni. E’ tutto regolare.
Gli verranno applicati alcuni cavi agli elettrodi di prima, una mollettina in un dito (per valutare la sua ossigenazione) ed un bracciale della pressione che al primo avvio stringerà forte. E’ tutto regolare.
Verranno quindi praticati i farmaci per l’anestesia e gli verrà chiesto di respirare forte dentro ad una maschera da cui esce una arietta fresca.
Buonanotte!

Al risveglio, il paziente riacquista i sensi mano a mano e ciò dipende da svariati fattori, come la complessità e la lunghezza dell’intervento, l’età del paziente, il metodo anestesiologico applicato, i farmaci impiegati, le condizioni complessive del malato.
Si può andare da qualche minuto a svariate decine di minuti. Quindi i parenti fuori che aspettano, non devono essere spinti a credere che le due ore (o più) in cui loro congiunto è stato in sala, siano state tutte impiegate per l’intervento.
Il paziente deve uscire dalla SO avendo una respirazione valida e autonoma, avendo i riflessi attivi e validi, ed uno stato di coscienza accettabile e questo lo decide l’anestesista, non il chirurgo.
E’ giunto il momento di tornare in reparto.

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