Ho finito proprio ieri di leggere un libro storico, prodotto dal Comune di Montegridolfo (RN), sulle memorie concittadine del passaggio del fronte proprio nei pressi di Montegridolfo dove fu allestita la famosa Linea Gotica, baluardo difensivo dell’esercito tedesco contro le forze alleate risalenti da sud.
Il libro si intitola “La Linea dei Goti e La Guerra” e non è precisamente un libro dalla tiratura elevata e per la maggior parte degli italiani rimarrà una pubblicazione mai pubblicata, ma per chi, come me, ha avuto il privilegio di consultarla, rimane un prezioso documento, testimonianza di un tempo passato, ma che lascia ancora la voglia di leggere i ricordi di chi ha vissuto un periodo buio di storia italiana e non solo.

Si tratta di un libro di testo ed immagini che mostra come anche in località semisconosciute, la guerra abbia lasciato il segno ed un fiume di ricordi, nostalgie, dolori e commozione.
Nel 1944 l’esercito tedesco, agli ordini del Generale Kesselring, approntò una linea difensiva che andava dalla costa toscana alla costa adriatica e lungo il suo tracciato si sono venuti a trovare quei piccoli paesi delle colline riminesi e pesaresi.
Come sappiamo la Linea Gotica non resistette a lungo alla spallata degli alleati, ma quel breve periodo è stato comunque sufficiente per far nascere episodi e avventure raccontate da gente che con la guerra non aveva nulla a che fare.
Sono racconti semplici, riportati con il tipico modo di esprimersi di quei posti, usando termini e raffigurazioni pittoreschi e unici di una popolazione rurale pulita e sincera.
In queste memorie si percepisce l’innocenza e la diffidenza di chi all’epoca era poco più che bambino e che oggi, invece, ha ottanta anni. Si alternano racconti avventurosi, dolorosi e curiosi.
Chi ha avuto un parente ferito dalle bombe, chi ha sofferto la fame per i lunghi giorni di rifugio nelle grotte, chi ha saputo intrattenere ottimi rapporti con i tedeschi, chi con gli inglesi e chi ha lavorato per la Todt alla costruzione della Linea Gotica.
Si traccia una immagine del disertore Fritz, un soldato austriaco nelle file tedesche, che ha disertato nascondendosi tra la popolazione traverstendosi da anziana donna del posto.
Si raccontano le notti di terrore per gli assalti di una banda di sedicenti partigiani che, sfruttando il clima di tensione, razziavano ogni cosa nelle povere case dei paesi in argomento.
E poi racconti di ragazzini, ora ottantenni, che hanno saputo trovare divertimento anche in situazioni drammatiche e pericolose, per non trascurare la tragedia delle bombe inesplose che hanno mietuto molte vittime.
Una serie di racconti interessanti che sembrano non mostrare il tempo trascorso.

Mi ha fatto riflettere il racconto di un prigioniero dei tedeschi che, dopo avere passato pene inenarrabili, deducibili dai suoi scritti, ha trascorso il resto della sua vita nel silenzio, senza mai raccontare del suo vissuto, lasciando alla sorella il triste compito di testimoniare le sue sofferenze. Un uomo che nella sua gioventù ha pagato un prezzo troppo alto, tanto elevato da convincerlo che nessuno mai avrebbe creduto al suo racconto.
Fa riflettere!
Pensare ad un uomo che per paura, o convinzione di non essere creduto, tace la sofferenza patita. Mi chiedo quanta mai possa essere stata.

Ho finito il libro cercando di immaginare quale possa essere stata la tragedia della Seconda Guerra Mondiale che, in ogni più piccolo angolo della nostra Italia, ha lasciato un segno indelebile.
I tempi sono cambiati, ma in queste settimane di grave crisi economica mondiale, lo spettro della violenza totalitaria riaffiora, sventolando nuovamente i suoi freddi tentacoli.
Non bisogna dimenticare.
Non si può dimenticare.
E non si deve sbagliare di nuovo.

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