Per un infermiere di Sala Operatoria, la vista del sangue non dovrebbe destare meraviglia o creare angoscia, ma quando questo sangue ti bagna i piedi, cambia aspetto di ambienti e strumenti di solito lindi e pinti; quando quel sangue scorre come un fiume tra i piedi di medici e infermieri, senza lasciare altro che un corpo senza vita, allora quel sangue non imbratta solo pavimento e strumenti, ma anche il cervello e offusca memoria e sentimenti.

Una vita che fugge via veloce, come sangue che sgorga da polmoni devastati da un trauma devastante. Una vita rigogliosa e zampillante, come quel sangue che usciva da quel corpo, per andarsene via per sempre.
Sono rimasto impressionato, come sempre, da quella vita fuggita via nel giro di poche decine di minuti. Fuggita via senza salutare, senza voltarsi indietro; un abbandono deciso, inesorabile, a dispetto di tutti e tutto.

Aveva 29 anni, quella ragazza. Carina e, forse, spensierata dal clima di vacanze che era venuta a trascorrere a Riccione.
In moto insieme al ragazzo, ha trovato sul suo cammino una automobile e lo scontro frontale li ha uccisi.

E’ giunta in Sala Operatoria in condizioni disperate. Una frequenza cardiaca elevatissima, a testimoniare quel cuore giovane che faceva di tutto per distribuire a tutto il corpo quel poco sangue rimasto. Una situazione polmonare allucinante. Contusioni e lacerazioni intraparenchimali su entrambi i cambi polmonari, una situazione senza scelta e senza appello. Qualsiasi cosa si potesse fare avrebbe compromesso la sua vita in modo deciso e senza ritorno. Ma ci si è provato.
Le lesioni da decelerazione sono così, terribili e senza lasciare scelta. I tessuti si trasformano in poltiglia e non c’è modo di ripararli se non asportarli per fermare la perdita di sangue.

Abbiamo aperto il torace sul versante più grave, nel tentativo di centralizzare il circolo sanguigno, fermare la perdita irrefrenabile di sangue e dare un punto di svolta alla situazione. Ma la perdita di sangue era terribile anche dall’altra parte e dal tubo endotracheale usciva un fiume di sangue.

Quando il cuore non ha più nulla da pompare, non ha nulla da dare nemmeno a se stesso e soffre. Soffre fino a perdere il suo ritmo calmo e vitale. Va in fibrillazione e non ha più un battito valido.
Dopo svariati minuti di massaggio cardiaco endotoracico, a seguito di un arresto cardiaco, quel cuore ha cominciato a tremare. Una, due, tre scariche di defibrillatore hanno cercato di ridare pace a quel cuore, ma non c’è stato nulla da fare.
Dopo oltre un ora di rianimazione cardiaca, di ventilazione forzata e di trasfusioni, quel cuore ha finito di avere paura, ha finito di vivere e di tremare.
Uno strazio.
Una resa senza condizioni ed un dolore globale, ha lasciato un silenzio assordante.

Alle 21.10 quella ragazza si è spenta definitivamente e a noi tutti si è spento l’entusiasmo.
Non è facile riuscire ancora a lavorare dopo cose così. Si vorrebbe che tutto si fermasse, in onore di quella vita scappata via così inesorabilmente, ma non si può.
E non è bello ricomporre quel corpo pallido oltre l’immaginazione. Pulire via quel sangue, che non è riuscito a rimanere al suo posto, è l’ultimo colpo di spugna. La sconfitta, il KO.

Troppo sangue ho visto ieri, troppo per non lasciare il segno nella mia testa.
Vorrei solo non rivedere scene del genere. Sebbene me ne siano capitate già diverse, non riesco mai a non rimanerne colpito.
Troppo sangue. Troppo!

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