67 anni fa a Cassibile, in Sicilia, un alto ufficiale italiano presenta agli Alleati anglo-americani la richiesta di armistizio. Era il 3 settembre 1943.
Tre anni di guerra assurda, condotta dagli italiani in modo indegno, hanno portato ad un risultato pazzesco e, per i fascisti di allora, impossibile: la resa. La resa più umile, senza condizioni, senza onore e colma di vergogna, sangue, stanchezza e miseria.
L’impero dell’italica stirpe, la Roma dei Cesari e degli Augusti, la penisola del Duce della Provvidenza, non potè fare altro che arrendersi ad un nemico soverchiante, disposto a fare di ogni città, un cumulo di macerie.
Il prezzo pagato dagli italiani fu enorme, la miseria fu l’unico vero padrone dell’Italia, ma l’armistizio non portò nessuna pace e nessun tacere dei cannoni, anzi.
I cannoni tuonarono ancora e con più violenza, da una parte e dall’altra e il lacero popolo italiano si trovò nel mezzo.

Milioni di sfollati, centinaia di migliaia di feriti e disperati, migliaia di morti, furono il prezzo da pagare nei soli due anni che seguiranno alla firma di quell’armistizio.
Una nota diabolica contraddistingue quelle date. Il 3 settembre l’armistizio venne firmato, ma Badoglio attese 5 giorni per annunciarlo ufficialmente alla popolazione, per timore di una rappresaglia tedesca che, come tristemente narra la nostra storia, si fece più feroce e crudele.

L’esperienza fascista non finirà nemmeno con la fine della Guerra, perché nell’indole dell’italiota gente c’è la resa al padrone, il soccombere al più forte, l’inneggiare al despota.
A quei tempi si chiamava Mussolini Benito da Predappio, poi si chiamò Andreotti ed oggi si chiama Berlusconi.
Quando anche Berlusconi chiederà l’armistizio, ancora una volta il popolo si troverà tra due fuochi. Ma non cambierà nulla ugualmente e non avrà imparato nulla.
Peccato!

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