Ogni volta che un paziente viene riportato in sala operatoria per una complicanza chirurgica susseguente ad un intervento nel quale sono stato direttamente coinvolto, in mansione di strumentista o assistente di sala, provo una angoscia soffocante.
Pur con tutta la logica e la serietà con cui si dovrebbero affrontare complicanze e incidenti chirurgici, rimane comunque un’ombra che getta un sottile offuscamento della ragione, la convinzione di aver sbagliato qualcosa e, fin qui, non ci sarebbe nulla di così sconvolgente.
Quello che mi angoscia è il non ricordare che cosa potrei aver sbagliato, cosa non avrei attentamente valutato, cosa non ho avuto sott’occhio. Insomma l’angoscia deriva dal vuoto di memoria e controllo che non può essere evitato, almeno non sempre.

A volte mi chiedo se la gente si renda minimamente conto del peso che porta il personale sanitario, nel compiere il proprio dovere. Al di la degli attuali scandali malasanitari, chi fa onestamente e appassionatamente il proprio lavoro, è spesso fatto oggetto di una oppressione di responsabilità e di mansioni, assai difficile da sopportare. Si parla tanto di quello che non va, ma non sento una sola parola a favore di ciò che invece funziona molto bene. Peccato!

Per chi, come me, è già stato coinvolto in una indagine per malpractice, rimane un marchio indelebile.
Fui coinvolto in una indagine nella quale una donna aveva subito delle lesioni a seguito della ritenzione di una garza in addome. Fu una esperienza molto triste e angosciosa. Mi fu consegnato l’avviso di garanzia sul posto di lavoro, da due carabinieri che mi illustrarono sommariamente le ragioni e i procedimenti a cui sarei andato incontro. Dovetti cercarmi un avvocato penalista, dialogare con lei di un fatto accaduto diversi mesi addietro e il caso finì sui giornali locali.
Fui convocato in Pretura dove apposi la mia firma sul librone degli indagati, in presenza di un cancelliere e di due carabinieri. Una esperienza amara.
A quel tempo dovevo partire per una adozione internazionale e mi vedevo già in carcere, invischiato in una bufera di malintesi, contraddizioni ed altre ingiuste accuse. Ma non andò affatto così.
Fui prosciolto in istruttoria poiché io e la mia collega dichiarammo subito che il conteggio non tornava, ma i chirurghi non trovando la flanella nella pancia, conclusero che non avessi fatto bene il conteggio e chiusero l’addome. Un testimone disse tutto questo e per me finì tutto li.

Questo accadde nel 1995 e da allora non mi sono più liberato di questo fantasma. Fortunatamente non capita spesso di riaprire un paziente operato di recente per una complicanza, ma quando capita rivivo ogni volta lo stress angosciante e gravoso, di un errore di cui non abbia nemmeno potuto rendermi conto, ma non per questo meno pesante da sopportare.
Spero per tutti voi, che fate il mio stesso mestiere, che non vi capiti mai di provare questa morsa asfissiante.

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