Faccio questo mestiere da molti anni, 24 per l’esattezza. Ho fatto l’infermiere per fare lo Strumentista e lavorare in sala operatoria.
Sono riuscito a raggiungere il mio sogno e ne sono contento, ma di certo ho capito che per fare questo lavoro ci vogliono i coglioni e anche belli duri.
Gli attributi servono per svariate ragioni:

  • uscire dal circolo infermiere-paziente/paziente-infermiere. Non che non serva il connubio, ma è un gioco di forza riuscire a sopravvivere alla pressione di chi, invece, persegue a tutto spiano l’obiettivo paziente-denaro/denaro-paziente! Avere la forza di resistere a questa pressione, fatta spesso di sotterfugi e vera e propria prevaricazione, non è dotazione di tutti.
  • tenere a mente tutto quello che caratterizza questo mestiere. Gli stimoli sono molti, il peso dell’avanzare tecnologico è spesso schiacciante, l’informatizzazione aberrante di una burocrazia che non rinuncia comunque alla carta, è alienante. Le pretese formative ridondanti e la sciocchezza della formazione ECM, rendono questo mestiere una accozzaglia di gente stanca, che sa un po’ di tutto, ma niente bene.
  • sopportare le isterie di chirurghi affetti dal morbo di gesù. Non serve spiegare cosa voglio dire. Chi fa il mio lavoro sa a cosa mi riferisco.
  • gestire i rapporti con i colleghi. Da quando faccio questo lavoro ho sempre avuto la convinzione che, prima ancora di guardarsi dai bizantinismi di medici e amministratori, occorre proteggersi dalle sottili cattiverie dei propri colleghi. Purtroppo è ancora così e sebbene che in sala operatoria il lavoro di equipe sia una necessità, quand’è la fine ci si sente tremendamente soli. Non sempre, ma spesso.
  • resistere alla turnazione. A diversità del turno di reparto, che con le notti garantisce un po’ di tempo per la propria vita, il lavoro di sala operatoria è un lavoro quotidiano. Ogni giorno in sala operatoria, per sei giorni alla settimana e le reperibilità portano spesso a vivere due giorni di lavoro in un giorno solo. Non c’è tregua. Ogni giorno in sala, o mattina o pomeriggio. Un eterno fuoriturno, con l’aggravante delle reperibilità. Non credo che chi lavora in reparto possa capire una cosa così. Certo loro avranno altre cose di cui lamentarsi, ma possono contare su giornate in cui l’ospedale è ben lontano dalla loro vita.

Non è una lamentela, la mia. Ho scelto questo mestiere e me lo tengo ben stretto, ma volevo solo esternare quello che penso. Non siamo eroi, lo so, ma credo che siamo meritevoli di una considerazione un po’ più alta di quella che oggi ci viene negata!

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