Non so perchè ci sono giorni, settimane, di silenzio mentale o di tale chiasso, da sembrare silenzio. Come quando la televisione non capta il canale.
Eppure ci sono.
Nel mio caso, di queste settimane, il chiasso mentale è dato dalla mia volontà e determinazione nel produrre i miei libri per Strumentisti di Sala Operatoria.
Non riesco a pensare ad altro. Ho la sensazione che mi manchi il tempo. Sento di avere i giorni contati e che la fine della mia vita sia prossima. Non che ci siano obiettive ragioni per temere la fine di tutto, ma vivo i miei giorni e i miei impegni, come se qualcuno o qualcosa mi facesse fretta. Come se perdessi il treno che porta alla gloria.

Ecco si, la gloria.
Ho un disperato bisogno di conferme, di approvazione. Quel consenso ed affermazione che mi sento mancare per colpa mia e non solo mia.
Mi chiedo cosa ci sia di maturo nel cercare conferme e premiazione a 51 anni.
Nulla!
Un eterno e spaesato bambino-babbeo.
Il bello/brutto è che è un bisogno imperituro, incipiente. Non ho neanche il benessere che segue a quelle non poche gratificazioni già conseguite. Durano, come si dice, l’espace d’un matin. Poi via, di nuovo a fare cose che mi premino, che mi garantiscano applausi e consenso di cui, peraltro, non sono affatto sicuro.
Cerco di convincermi che non c’è necessità di essere premiato sempre e che dovrei sapere quanto valgo. Cerco di non annegare nelle mila migliaia di idee che voglio materializzare, che il tempo ha una durata, che i minuti durano 60 secondi e le ore sessanta minuti…
…ma non ce la faccio!

Ho quel senso di immanenza/imminenza che mi schiaccia e l’orologio della mia vita, di alcune settimane della mia vita, scorre come un cronometro, con la lancetta dei minuti che gira come quella dei millesimi. Più il tempo dura meno, più ho bisogno di carezze e di sentirmi premiato.
Come si chiama questa cosa? Scempiaggine?
Come si esce da questo vortice del tempo senza tempo?

Lo sapete chi mi preannuncia che sono stressato? Il mio fedele amico Toscano.
Quando do tempo alle mie ore, quando le lodi a me stesso abbondano, il suo fumo è una dolce carezza, una fetta di pane caldo, sapido, buono.
Quando invece vivo come se dovessi tornare nel passato, quando non c’è nessuno che mi guarda e mi “vede”, il suo fumo è acre, pungente, un grido lacerante sulla faccia, un insulto.

Sto fumando male da qualche giorno.
Mi sto fumando il tempo, ma non ne sento l’aroma!

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