Lavorare in Sala Operatoria non è da tutti, l’ho già scritto. Tutti hanno il diritto di lavorarci, non tutti hanno la forza di resisterci all’interno. Vediamo quindi il prezzo che ha il lavoro in Sala Operatoria, con un piccolo esempio estrapolato dalla unità operativa nella quale attualmente presto servizio.

Dal 2007 ad oggi l’attività chirurgica è pressoché raddoppiata e siamo passati dalle 3500 prestazioni alle quasi 6000 e siamo rimasti numericamente quelli di cinque anni fa. Il numero delle urgenze è più che raddoppiato, con conseguente raddoppiamento delle chiamate in pronta disponibilità.
La tecnologia applicata alla attività chirurgica ha visto una evoluzione esponenziale delle conoscenze e richieste di efficienza e controllo, senza adeguata e comprovata formazione, a meno che non si voglia chiamare formazione l’ammaestramento d’uso “in corso d’opera”.

Questo peso aggiuntivo, che è venuto a gravare sulle spalle degli infermieri, ha causato 7 delle 12 uscite di personale dal Blocco Operatorio in cui lavoro, che si sono verificate dal 2010 ad oggi. Queste 7 uscite, per questioni legate al lavoro di Sala Operatoria, pare non abbiano destato alcun interesse presso l’ufficio infermieristico o presso un qualsiasi altro ufficio di burocrati.
Si sono perse delle professionalità acquisite e di ottimo livello, per raggiungere un quorum di interventi che sembra improcrastinabile e di cui l’ammontare non è conosciuto da nessuno. Quantità, quantità, quantità, senza controllare ne qualità, ne grado di sostenibilità da parte del personale.
Turbe d’ansia, insonnia, sindrome da burn-out, irritabilità, instabilità emotiva, sono state spesso la causa alla base di queste uscite, per lo più innescate dal comportamento di alcune figure mediche disinvoltamente inclini all’offesa, al vilipendio ed alla invettiva brutale e irrispettosa e da un clima di sospetto e controllo asfissiante tipico di un regime aziendale padronale.

Nessuno si è chiesto perché succedesse una cosa del genere ed a questo omertoso silenzio, si è aggiunto un fenomeno indegno che si chiama “muro di gomma”. Il personale che ha chiesto di essere collocato ad altro reparto o servizio, ha visto dilungarsi il proprio permanere nel Blocco Operatorio, verso il quale mostravano palesi segni di ostilità, per motivazioni legate “alla difficoltà di formare nuovo personale in grado di soddisfare l’avvicendamento”. Ci sono state figure che hanno atteso oltre 20 mesi dopo aver firmato la propria ricollocazione, essendo quindi costrette a rimanere in un ambiente verso il quale non mostravano più alcun interesse.
A mio modo di vedere si è attentato alla loro salute mentale!
Allo stato attuale 10 persone se ne sono già andate e due sono in attesa, vieppiù insopportabile, di essere ricollocate.

Un costo, come si può immaginare, di alto livello che, in un triennio di crisi e di risparmio al sangue, ha i chiari segni e le tipiche caratteristiche dello spreco, ma che sembra non interessare a nessuno in particolare. Morto un papa, se ne fa un altro!
Vediamo quindi il costo di questa emorragia di professionisti che, in questa italietta di malavitosi figaioli sembra andare a braccetto con la nota e decennale “fuga dei cervelli”, sta uccidendo il paziente Sanità:

  • per formare un infermiere di sala operatoria, quando ci sono le condizioni ideali, sono necessari almeno 3 anni di lavoro. Quindi 12 per tre anni, fa 36 anni di lavoro spesi e persi;
  • nel corso di questi anni di intollerabile carico di lavoro e di ignobile protervia, si sono scatenate svariate discussioni, numerose manifestazioni di intolleranza, centinaia di giornate di malattia, ecc.;
  • perdere uno strumentista con oltre 25 anni di esperienza è come distruggere un palazzo. Tanto tempo per costruirlo e tanta spesa, per nulla;
  • lasciar scappar via questi professionisti, che urlano il proprio rancore non appena possono, danneggia molto la credibilità e la appetibilità del lavoro in sala operatoria. Non lo dico solo io, provate a chiedere in giro per l’italia, quanti infermieri desiderano andare a lavorare in sala operatoria;
  • trattare dei professionisti come numeri, o come semplici lavoranti, non porta molta credibilità ed autorevolezza all’ufficio infermieristico;
  • perdere professionisti di sala operatoria con decenni di attività nel proprio bagaglio professionale, significa perdere conoscenze inestimabili;
  • se si perde un professionista anziano, che insegnava a quelli più giovani, significa che i nuovi professionisti impareranno da gente troppo giovane e poco esperta, causando un progressivo e deprimente scadimento delle qualità professionali. Non si è voluto investire nella tutela delle conoscenze e dei loro portatori? Bene, si dovrà investire in polizze assicurative, mezzi di controllo, avvocati, ecc. ecc.
  • non evitare che i professionisti scappino dal loro, un tempo amato, posto di lavoro, che tipo di impatto può avere in chi ha intenzione di rimanervi?

Il lavoro di infermiere in sala operatoria è destinato a finire, se non si inverte la tendenza che ora viaggia verso i numeri e l’annullamento delle professionalità. Non avrei voluto scrivere queste cose, ma non potevo non farlo. Ancora tengo al mio lavoro, ma non so dire per quanto tempo ancora!

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