Come in tutti gli ambienti di lavoro di questo paese rovinoso e rovinato, anche in Sala Operatoria c’è la politica; come non potrebbe!
La politica del giusto sarebbe quella per la quale un servizio deve soddisfare le esigenze dell’utenza. Chi sono gli utenti del servizio di Sala Operatoria?
Primi sono i pazienti. Tutti i pazienti, di ogni censo.
Secondi sono i chirurghi, di ogni grado.
La politica assistenziale imporrebbe che il benessere e la sicurezza del paziente, siano l’obiettivo numero uno di tutto il servizio.
Attualmente si può ragionevolmente affermare che una buona parte dell’attività chirurgica soddisfa questo obiettivo. Ma in che modo?
Diciamo che l’attività chirurgica svolta all’interno di un qualsiasi nosocomio italiano, si trova al centro di un quadrilatero composto da malagestione, abuso d’ufficio, peculato e frode.
Si intende effettivamente fare del bene al paziente, ma questo passa attraverso un filtro fatto di intrallazzi, vizi e convenienze di politici e medici “disinvolti”.
Davanti ad una Sala Operatoria qualsiasi i pazienti sono tutti uguali, ma qualcuno (molti), sono più uguali di altri.

I pazienti potrebbero essere sostanzialmente divisi in:

  • “pazienti marchetta” – quelli visitati privatamente dal primario o da qualche chirurgo ugualmente potente, ma che non è ancora primario e non vuol esserlo, per non trovarsi al centro dell’attenzione (le cosiddette “Eminentie Grigie”)
  • “pazienti divisionali” – quelli visitati da un chirurgo qualsiasi della divisione chirurgica pubblica di un qualsiasi ospedale
  • “pazienti da pronto soccorso” – quelli visitati da un chirurgo presso il pronto soccorso, che ne ha richiesto la consulenza e che di solito manifestano una certa gravità della patologia per la quale si presentano in ospedale.

La politica del giusto direbbe che questi ultimi hanno la prelazione su tutti gli altri di cui sopra, se non altro perché, se avessero potuto, si sarebbero fatti visitare comodamente dal chirurgo divisionale.
La politica vera, invece, relega questi ultimi all’ultimo posto delle priorità chirurgiche.
Attualmente, in qualsiasi realtà ospedaliera, si può stabilire, con ottimo margine di esattezza, che le urgenze da PS (a meno che non si trattino di emergenze “alla morte) passano in coda alla lista delle attività chirurgiche quotidiane. E qui c’è il colpo di genio della “gestione creativa” dell’urgenza.

Prima si operano i pazienti in lista operatoria ordinaria (quelli visti dal primario e dall’ambulatorio divisionale), tacendo accuratamente sulla presenza di urgenze da PS, poi al momento opportuno si estrae il coniglio dal cilindro, annunciando l’urgenza (che di solito attende dalla mattina o anche più) e dato che è urgente, non può essere procrastinata (anche perché la procrastinazione si è già consumata).
Etica e deontologia dell’assistenza sanitaria al contrario!

I pazienti marchetta vanno per primi, perché hanno pagato (il primario o il chirurgo potente), quindi “sono i loro” ed essendo “i loro”, si DEVONO fare per primi.
I pazienti divisionali, vanno per secondi, perché hanno pagato il ticket al SSN.
I pazienti da PS vanno per ultimi, perché non hanno pagato un cazzo e visto che sono anche urgenti, possono essere usati come arma al momento opportuno, quando i primi e i secondi sono stati accontentati.
Da un punto di vista pratico, ciò cosa comporta?
Semplice, il meglio ai primi e quello che passa il convento ai secondi.
Vediamo quindi una tipica lista operatoria di una qualsiasi specialità di una qualsiasi sala operatoria (inizio attività operatoria ore 8.00, fine ore 18.00), lista che di solito giunge in sala il giorno prima.

  1. Paziente divisionale – Intervento breve – Inizio ore 8-8.30 / Fine 9.30 circa
  2. Paziente marchetta – Intervento breve – Inizio ore 9.45 / Fine ore 10.45 circa
  3. Paziente marchetta – Intervento impegnativo – Inizio ore 11.30 / Fine ore 15.00
  4. Paziente divisionale – Intervento di media durata – Inizio ore 15.30 / Fine ore 17.30

Misteriosamente, alle 16, escono i fax dell’urgenze (Occlusione intestinale, o frattura pertrocanterica, o cesareo, o altro). Si può dire di no all’urgenza? Solo che si scopre che il paziente è in osservazione dalla mattina alle 7.00, se non dal giorno prima!
Allora l’equipe deve allertare i reperibili (che hanno già lavorato alla mattina) per continuare con l’urgenza. Ma l’urgenza non doveva essere fatta urgentemente?
No. Non tanto urgentemente quanto i pazienti in nota operatoria.
Questa “gestione allegra e spensierata” non fa altro che creare stanchezza, senso di insoddisfazione. Si opera di notte, quando lo si poteva fare di giorno. Si opera con personale stanco, irritato, facilmente portato all’errore ed alla svista, stanco di non avere più vita privata, sottopagato, ecc. ecc.
E’ già da alcuni anni che sostengo che le “vere urgenze” sono i pazienti in nota ordinaria e che i prenotati, gli ordinari, sono quelli veramente urgenti, ma nessuno coglie la mia provocazione.

Ora, da dove deriva questa vergognosa gestione dei pazienti?
Dall’aziendalizzazione delle Unità Sanitarie Locali che sono ricattate da un sistema isterico e da usurai, alla cui base c’è l’infernale demone dell’export. Le aziende sanitarie temono che i pazienti del territorio di loro competenza, migrino verso altre aziende, trovandosi costrette a “risarcire” quelle altre aziende, verso le quali si sono diretti i “propri clienti”. Ma non fa ridere una cosa così?
I pazienti, i malati, sono diventati “clienti”, sono acquirenti di salute, che devono comprare la sanità locale a tutti i costi.
Quella che si credeva essere sanità pubblica, è di fatto una sanità privatizzata.
Un gioco d’azzardo e una malamministrazione sensazionale e oscena.
Una sanità usuraia che, però, si allinea con il mondo delle banche e della economia creativa che ci ha ridotti sul lastrico. Non si capisce se sia più malato il cittadino che ha bisogno di cure, o l’ospedale che dovrebbe curarlo.

Annunci