Quanto leggerete è il prezioso contributo di una lettrice di questo Blog, che ha voluto offrire impressioni e cronaca del suo primo giorno in Sala Operatoria in veste di studentessa della facoltà di Scienze Infermieristiche.
Come avrete modo di scoprire, è un resoconto dettagliato e accorato di quanto ha provato.
Non mi dilungo oltre e vi invito a leggere ed a fare le vostre riflessioni, tenendo scrupolosamente conto delle parole in corsivo.

Due anni e qualcosa fa frequentavo il primo giorno di corso in Infermieristica, neppure io sapevo bene la ragione per cui ero li, ma sentivo che diventare Strumentista di sala sarebbe stata una delle cose più appassionanti della mia vita, non potevo saperlo per certo, ma ne ero quasi convinta.

L’11/11/2012 finalmente arriva il mio primo giorno di tirocinio in sala operatoria. In due anni avevo ormai imparato tanto, ma quel tanto non mi sembrava neanche lontanamente sufficiente per formare un infermiere che sapesse districarsi in sala. Nonostante ciò mi sentivo come se stessi per varcare la soglia di Disneyland, ero emozionatissima e non lo nascondevo, i miei amici non potevano fare a meno di regalarmi pacche d’incoraggiamento sulla spalla e qualcuno, da quel giorno, mi chiama ‘Greys’.

Eravamo un gruppo di sei, i primi del nostro anno (il terzo di corso) destinati al tirocinio in sala. Una volta entrati la prima cosa che facemmo fu cambiare divisa, da quella bianca ordinaria al magico completo verde e partimmo, c’aspettava un corridoio lungo quanto una stradina di paese su cui si affacciano dieci sale operatorie: ortopedia, oculistica, chirurgia maxillo-facciale, chirurgia vascolare, chirurgia toracica, day surgery, urologia e chirurgia generale, queste le specializzazioni a nostra disposizione in quel complesso.
Il mio obiettivo sin dal primo minuto fu la chirurgia generale, punta di diamante dell’ospedale riconosciuto a livello nazionale per l’eccellenza del reparto e divenne il mio primo obiettivo raggiunto: per due settimane avrei potuto imparare osservando alcuni tra i più grandi chirurghi all’opera.

Le sale sette e nove erano a mia completa disposizione, varcai la soglia della nove e trovai un paziente in attesa in barella, lo salutai, gli chiesi cosa lo aspettava e cominciai a guardarmi intorno. L’impatto con un nuovo reparto è quanto di più fastidioso ci possa essere per me, bisogna imparare da capo a districarsi tra materiali e presidi vari, conquistare di nuovo la fiducia degli infermieri, conoscerli, chiedere gentilmente mille volte dove si trova questo e dove si trova quell’altro sperando in qualcuno che te lo ripeta anche due volte se lo dimentichi e infine, ricordare i nomi dei medici. Un lavoraccio! Ma vabbè’, per la sala operatoria questo e altro.
Esplorando l’ambiente nella solitudine più totale dal momento che non c’era ancora nessuno, sentii crescere in me un principio di paura, tre mesi di complesso operatorio apparvero non sufficienti ad imparare ad usare tutte quelle macchine. Decisi però che in fondo era troppo presto per lasciarsi prendere dal panico, io poi, la ragazza di ferro senza timori e con le idee chiare, non avrei mai potuto abbattermi dopo appena cinque minuti.
Finalmente, dopo un po’, arrivarono due infermieri, ne comparve poi anche un altro. Solo uno di loro si mostrò interessato alla mia presenza e mi accolse con un sorriso e i modi di chi vuole insegnarti qualcosa. Grazie al cielo! Uno su tre è già qualcosa e lo chiameremo Gentile. Notavo però che andavano tutti di fretta, avvertivo il loro nervosismo che scoprii mio malgrado essere contagioso. Che cosa stava mai per succedere? Non me ne preoccupai più di tanto e cominciai a rendermi utile preparando un circuito per infusione di liquidi e aprendo il materiale allo strumentista che proprio non riusciva a ricordare il mio nome, inoltre m’intimava più con gli atteggiamenti che con le parole d’essere più veloce. Gentile si aggregò e cominciò a darmi una mano per ridurre i tempi. Ad un certo punto comparve uno specializzando che fece traboccare il vaso annunciando l’imminente arrivo del Professore. Ecco cosa stava per succedere, il primario che il mondo c’invidia stava per fare il suo ingresso in una sala ancora poco perfetta e non proprio pronta. Non potei fare a meno di mettermi da parte ed evitare di farmi contagiare anche dall’evidente frenesia con cui si stavano preparando sala e paziente, mi bastava il nervosismo.

Il Professore è una sorta di semi-dio, non per il suo atteggiamento (lungi da me descriverlo come un chirurgo col complesso dell’onnipotenza), sono gli altri a renderlo tale, a stimarlo talmente da temerlo un po’. E’ serio, professionale e pretende altrettanto dall’equipe che lo assiste, non si trattiene, infatti, dal rimproverare e, di tanto in tanto, imprecare, ma in fondo ad uno come lui è anche concesso.

Il mio primo intervento in sala fu quindi un open di gran qualità, peccato che capii poco e niente di quanto osservavo, i ferri mi sembravano tutti uguali ed erano tutti troppo impegnati a cercare d’essere impeccabili per badare a me. Poco male pensai, è solo il primo, a momenti si opera di nuovo, avrò modo di capire qualcosa sicuramente.

Tre ore e trenta minuti dopo ripercorsi il corridoio al contrario con i miei amici e tornammo ad indossare la nostra divisa bianca, tornammo ad essere infermieri ordinari. Non ero più emozionata, non ero entusiasta del mio primo giorno. Avevano rubato la mia positività per poi restituirmela sotto forma di sfiducia estrema, frustrazione e sconforto. Come potevo imparare da chi è troppo occupato a curare la propria figura confondendo il voler apparire col saper essere? Gli altri cinque erano felici e soddisfatti perché avevano visto tanto, io ero affranta perché non avevo imparato niente, ma lo desideravo a tutti i costi e nessuno capiva il mio stato d’animo. Riuscivo solo a pensare che mi era stata concessa l’occasione di stare in sala operatoria per tre mesi e in quel poco tempo volevo imparare tutto, ma sentivo che non ce l’avrei mai fatta. La preparazione per un intervento in laparoscopia, il da Vinci, le apparecchiature, gli strumenti…desideravo ardentemente diventare cittadino di quel pianeta chiamato Sala Operatoria, ma sarei riuscita a trovare un cittadino di quel mondo disposto ad ospitarmi e guidarmi? Sarei riuscita altrimenti a trovare la forza di buttare giù le porte che mi avrebbero sbattuto in faccia?

Che dire?
Un resoconto di quanto possa essere complesso l’ingresso in un ambiente speciale come la SO e quanto terribile possa essere la proiezione della propria integrazione in tale ambiente. Per chi non ambisce in modo particolare a lavorare in una SO, l’esperienza formativa è poco più che un compito da assolvere, ne più ne meno di tutti gli altri, ma chi entra in un BO per farne il proprio futuro, l’impatto può essere scorante, come dimostrato dalle parole che avete appena letto.

Parole o frasi come: “conquistare”, “paura”, “nervosismo”, “frenesia”, “imprecare”, “tutti troppo impegnati a cercare d’essere impeccabili per badare a me” sono sintomatiche. Come ho avuto modo di scrivere in questo post, la SO è un ambiente “diverso” nel senso più profondo del termine.
La mia collega ha scattato una foto molto nitida di quel paesaggio schizoide che ai più è sconosciuto e per questo La ringrazio dal più profondo del cuore. La invito a non demordere, a sfruttare la vivacità del suo cuore/cervello di 21enne, per contribuire a far diventare l’ambiente di Sala Operatoria, più umano e vivibile.

Grazie Serena!

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