Io non so se si verifichi lo stesso fenomeno nelle altre realtà chirurgiche e sarei tentato di chiedervi un riscontro, ma so che non lo farete, quindi lo scrivo e basta.

Sono così pochi gli infermieri che desiderano lavorare in Sala Operatoria, che è spesso necessario ricorrere a sondaggi conoscitivi per valutare quanti ne avrebbero intenzione. Inutile dire che le risposte positive sono oltremodo scarse. Nella mia realtà, ben due indagini conoscitive hanno dato un bello 0 (zero) come risposta.
Allo stesso tempo sono molte le richieste di assegnazione ad altro reparto/servizio – da parte di chi già lavora in SO – con la conseguente perdita di professionalità di alto livello, il che lascia amarezza, tristezza ed un senso di impotenza veramente scorante.
Ma perché gli infermieri di SO sono scontenti?
Provo a buttar giù una analisi e spero di essere sufficientemente obiettivo e chiaro.

1. Perdere la bussola

Sulle ragioni della scelta di fare l’infermiere, ho già detto in un precedente articolo e proprio queste ragioni, disattese quasi quotidianamente, sono il primo motivo di insoddisfazione.
Assistere i pazienti è il motore che spinge un infermiere a fare il suo lavoro ed il motivo per il quale ha scelto di farlo. La ricerca di riconoscenza, per bocca dei pazienti, è il movente; la si desidera, la si sente dentro.
Ebbene in SO l’assistenza al paziente è breve, tecnica, spesso indiretta o addirittura assente e questo, prima o poi, ha un suo peso sulla percezione della soddisfazione lavorativa.
Il quotidiano lavoro degli infermieri di SO si sviluppa sulla collaborazione e sul soddisfacimento delle necessità del chirurgo, il quale non solo non riconosce l’operato degli infermieri, ma talora lo denigra, lo sottovaluta e lo da per scontato.
Non c’è alcuna soddisfazione a lavorare per persone che non si accorgono mai di quello che viene fatto, affinché possano fare il proprio lavoro in condizioni, se non ideali, almeno di buon livello. L’avrò ripetuto centinaia di volte che quello che conta non è mai quello che è stato fatto, ma quello che resta da fare.
Sembra strano e infantile, ma essere elogiati, riconosciuti e “visti” per ciò che è il proprio operato, è motivo di orgoglio, benessere e soddisfazione. Il detto che “Non si vive di solo pane!” è quanto mai valido per chi fa un lavoro faticoso, pericoloso e stressante come il mio.

2. Aziendalizzare fa rima con massacrare

Quando la Sanità era un esercizio di cultura, c’era tempo per fare bene, per imparare bene, per curare bene, ma le cose sono mooooooolto cambiate. L’ospedale non è più il luogo di cura sensata e umana delle persone. L’ospedale è un capannone industriale dove si producono dei servizi, dove si tenta di aggiustare dei corpi e dove i pazienti sono numeri (DRG) attorno ai quali far girare un vortice di denaro di proporzioni planetarie. L’ospedale, e per estensione la SO, è una officina meccanica dove si deve produrre il più possibile anzi, oltre il possibile ed il giusto.
In questo enorme, intricatissimo meccanismo rimangono impigliati degli infermieri che, per ottemperare alla martellante richiesta di prestazioni, perdono il senso del tempo, il senso dell’assistenza e la visione globale del paziente. Eppure assistere, imparare a farlo, imparare a strumentare, imparare ad aiutare l’anestesista, il chirurgo e i propri colleghi richiede o può richiedere tempo in quantità non definibili.

Questo tempo non c’è più anzi, ce n’è sempre meno e con la mancanza di tempo se ne è andata la formazione, se n’è andata la pazienza, la tolleranza, la collaborazione, il confronto…il tutto per un pugno di interventi in più.
Chi è rimasto scottato da tutto ciò?

Di certo non gli amministrativi e i ragionieri con il culo appoggiato ad una poltrona.

3. Numeri, non qualità!

Quando qualcosa viene toccato dal denaro, si trasforma in mondezza, in qualcosa dal valore molto basso. È paradossale. Ciò che viene indicato come l’unico valore per cui valga la pena fare qualcosa – il denaro – tende ad impoverire la ricchezza di ciò che viene da esso sostenuto. Più denaro si ha intenzione di produrre con un qualcosa, più quella cosa viene fatta male, con materiali scadenti e al peggio delle possibilità; la ricchezza di quella cosa è molto scarsa. In sanità non è diverso.
Se non si può fare qualcosa che produca denaro per via del valore intrinseco della cosa stessa (un diamante produce molto denaro anche se se ne possiede in poca quantità), allora se ne produce in gran quantità, ma con meno valore intrinseco (i cinesi producono milioni di cloni dei telefoni più di moda, facendoli pagare poco, ma sono prodotti con materiali poverissimi e talora pericolosi).
Per fare denaro, una azienda sanitaria deve produrre più servizi, più prestazioni, più interventi chirurgici. Traete voi la conclusione.
In questa corsa al numero, ma che si dimentica della qualità, gli infermieri si sono accorti di essere complici e succubi allo stesso modo, pertanto non è possibile che siano soddisfatti di ciò.

Produrre di più, ma senza sapere che valore ha e quanta ricchezza ha prodotto, finisce solo per impoverire la professione e creare delle persone scontente.

4. L’inevitabile scontro di persone

L’infermiere di reparto, a corollario della fatica che fa per completare il proprio operato, è un infermiere che incontra persone bisognose, non si scontra con esse, o almeno capita di rado. Il suo lavoro è fondato sull’incontro, raramente sullo scontro.
In SO operatoria l’incontro con il paziente è una evenienza di breve, brevissima o nulla durata. L’infermiere di SO ha a che fare con i propri colleghi, con i chirurghi, con gli anestesisti i quali, pur essendo nella condizione di avere bisogno di qualcuno che li assista (infermieri), spesso hanno un atteggiamento di alterigia, protervia e stronzaggine, il che porta più allo scontro che all’incontro.
Nella giornata di lavoro degli infermieri di SO gli scontri sono molti, spesso troppi. Quando questi scontri sono inevitabili, intollerabili e irrisolvibili, lo scontento prende il posto di tolleranza, contentezza, senso di appartenenza e del gruppo, entusiasmo e sviluppo.

Anche i piccoli, tediosi, subdoli raggiri applicati per cercare di violare le regole, sono motivo di scontri.
Liste fatte unicamente per oltrepassare il limite orario;
pazienti rinviati il giorno prima, che vengono inseriti per ultimi nella lista del giorno dopo, costringendo il servizio a rimediarsi per consentire l’effettuazione di quell’intervento “non più rinviabile”;
urgenze che girano dalla mattina per finire a fine seduta;
pazienti pediatrici inseriti per ultimi per impietosire il personale e costringerlo ad arrangiarsi per consentire l’intervento;
traumatologia effettuata dopo le protesi per far sentire in colpa il personale che fa rimostranze sullo sforamento d’orario;
conoscenti o parenti di qualcuno del personale, che viene operato per ultimo “per non fare uno sgarbo al collega”;
sono tutti trucchetti che gonfiano i coglioni – è proprio il caso di dirlo – e fanno venire voglia di cambiare almeno il reparto/servizio, se non proprio il lavoro.

5. Uno stipendio purché sia

E dello stipendio vogliamo parlarne?
Non c’è differenza tra figure a diversa assegnazione. L’infermiere di SO prende lo stesso stipendio di quello di reparto “perché si è tutti infermieri”. Però noi, infermieri di SO, facciamo cose che gli altri non fanno, abbiamo una formazione costante ed un rischio pazzesco, abbiamo conoscenze tecniche ben maggiori ed un carico di stress difficilmente paragonabile a quello degli infermieri di reparto.

Questo non è per voler dividere una categoria già secolarmente divisa, ma per enfatizzare il fatto che se si vuole contare su gente volenterosa, onorevole, onorata e orgogliosa di ciò che fa, ci deve essere qualcosa che li spinga e che si possa spendere: uno stipendio allettante.
In un discorso ipotetico – tra un infermiere di reparto ed uno di SO – in cui si potessero mettere in campo tutte le differenze ed i carichi professionali, sono certo che quello di reparto darebbe dello scemo all’altro con una frase che riassume tutto questo discorso: “Ma chi te lo fa fare?”

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