La più antica e potente emozione umana è la paura,
e la paura più antica e potente è la paura dell’ignoto.
Howard Phillips Lovecraft

Dopo tutti gli articoli che ho tradotto, scritto e pubblicato, riguardanti la Nuova Medicina Germanica sento la necessità di scrivere qualcosa che non fa parte dei libri di Hamer, pur traendone le radici proprio da essi. Hamer traccia la causa specifica di ogni forma di “malattia” ed è un ottimo punto di partenza e di studio, oltreché una svolta culturale e medica. Quello che mi preme di sottolineare è l’origine delle cause, la genesi degli shock emozionali, il pabulus sul quale i conflitti prendono spunto.
Voglio scriverne al riguardo dopo aver letto che il Cancro rappresenta, oggi, la prima causa di morte non accidentale nelle persone sotto gli ottanta anni.
È almeno strano pensare a come quella che crediamo essere una moderna ed evoluta civiltà, stia in realtà creando più malati, più disagi, più cause di malattie.
È pur vero che gli shock alla base delle malattie sono questioni puramente soggettive, ma mi sembra assai verosimile che un ambiente ed una società particolari, possano essere un ambiente ideale per favorire il prodursi di shock emozionali, forse per una sorta di vulnerabilità delle persone che le porta ad essere più sensibili o più cattive.

Io vivo in questa società e non posso fare a meno di notare come, con tutta la nostra tecnologia e le nostre possibilità, abbiamo in realtà rinunciato al nostro essere “normali” – laddove “normali” allude al non essere speciali, al non essere straordinari, al non volere cambiare il regolare svolgersi della propria vita. Abbiamo rinunciato ad essere “naturali”, con i nostri tempi, i nostri errori, le nostre singolarità.
In un post scritto a proposito di Sala Operatoria, ho sottolineato che in questo mondo è vietato essere umani, meglio fingersi e atteggiarsi da macchine….ma noi non siamo macchine!
Nel cercare di dare organicità a questo articolo avevo in origine steso degli appunti e, di getto, ecco quello che è uscito dalla mia penna:

  1. Più aggressivi
  2. Più sfruttati
  3. Più soli
  4. Più stimolati
  5. Più sorvegliati
  6. Più veloci

Analizziamo questi singoli punti.

1. Più aggressivi

Farsi avanti nella vita comporta oggi non più una normale competizione, cosa da sempre prevista da Madre Natura, ma una vera aggressione del proprio contender. “Picchia per primo e picchia più forte!” è il comandamento. Il competitore non è più un umano verso il quale mostrare almeno un pochino di lealtà, ma un nemico verso il quale esercitare una aggressione feroce e spietata. Mai come oggi il detto: “Mors tua, vita mea” ha un valore fondamentale.
Le persone, però, possono non essere in grado di essere aggressive, possono non essere in grado di difendersi dalla aggressione, possono essere aggredite in modo sproporzionato, ingiustamente, ecc. È triste e preoccupante constatare che se non si aggredisce, si viene aggrediti, anche senza saperne le ragioni.
Il clima aggressivo può favorire diversi shock conflittuali:
– svalutazione (“non sono abbastanza cattivo”, “non sopporto la sua aggressività”, “non ce la faccio”)
– attacco (“mi ha offeso”, “mi mancano di rispetto”)
– rancore nel territorio (“me l’ha rubato”, “ha invaso i miei spazi”)
– boccone indigesto (“un’aggressione che non mando giù”)
e tanti altri con diverse sfumature che possono complicare molto la vita delle persone.

2. Più sfruttati

È di questi ultimi dieci anni l’esacerbazione della disoccupazione e negli ultimi tre anni il fenomeno ha raggiunto proporzioni enormi. È almeno stupido vedere che quelli che lavorano…lavorano troppo e quelli che non lavorano affrontano una vita indegna. O si rimane a casa o al lavoro. In entrambe i casi ci si sente abbandonati. Nel primo caso si perde la dignità, nel secondo si perdono il controllo e i piaceri della propria vita.
I conflitti facili a generarsi in queste condizioni sono quelli di svalutazione. Pensateci bene. Come vi sentireste se, dall’oggi al domani, vi dicessero:
“Non abbiamo più bisogno di Lei. Licenziato!”
oppure:
“Da domani due ore in più al giorno. 10 ore anziché 8 e a chi non sta bene, può starsene a casa!”
Che male alle ossa!

3. Più soli

In una società che vive di corsa, il tempo per fermarsi a parlare, a guardarsi negli occhi, a cercare di capire con chi si ha a che fare, non c’è più. Le persone vengono solo sfiorate, solo guardate ma non “viste”; le persone non si ascoltano, non parlano o se lo fanno lo devono fare in fretta per non essere interrotti o prevaricati ed il linguaggio deve essere “odierno”. Insomma, questa società produce persone sole, sempre più sole.
La solitudine vissuta bene e in serenità, quale scelta del proprio vivere, è un vuoto che presuppone un pieno, che accoglie tanta vita e i pensieri liberi e profondi.
La solitudine vissuta come unica possibilità è veramente un vuoto, un vuoto di tutto, non c’è alcun seme che possa in esso germinare. Non c’è nulla, solo vuoto.
Svalutazione, boccone mancato, sindrome del profugo, separazione, territorio mancante e/o non marcato, queste le tensioni conflittuali più facili a scatenarsi e, come si può notare, l’intero individuo può crollare di fronte a tutti questi conflitti.
La grande svalutazione e la sindrome del profugo possono demolire la struttura della persona, con la perdita di senso della vita. Anemie, sindromi asteniche, dolori ossei, osteoporosi, depressioni, infertilità, sono le affezioni più comuni per non parlare di patologie ben più gravi.
La solitudine, il sentirsi soli al mondo, la vaghezza dei rapporti interumani e il bisogno disatteso di essere confermati, rendono debole la persona e facilmente incline agli shock emozionali di vario genere.

4. Più stimolati

Le iperstimolazioni sensoriali sono oggi di tale intensità e pervasività, che non è più possibile rimanerne indenni. Stimolazioni perduranti che incitano a raggiungere traguardi sempre più irraggiungibili, che creano invidia, gelosia, bramosia ed un senso di inadeguatezza strisciante e maledetta.
Lo stimolo a raggiungere il risultato, quando lo si vuole raggiungere, può rappresentare un ottimo motivo per crescere ed evolvere, ma quando gli stimoli ossessionano la persona che DEVE raggiungere un risultato – pena il declassamento o il licenziamento – allora l’iperstimolazione può innescare una predisposizione al conflitto del boccone da prendere al più presto, il conflitto del boccone conteso o che si teme di perdere. Anche il conflitto dell’aver sbagliato strada per la fretta di fare e di raggiungere il risultato, può fiaccare la persona.
Allo stesso modo il senso di svalutazione (“non raggiungerò mai il traguardo”, “non riesco ad essere come quello li”) può essere molto deteriore, come il conflitto del “boccone indigesto” (“non ne posso più”, “sono saturo!”).
L’iperstimolazione fa venire da vomitare.

5. Più sorvegliati

In un enorme turbine di fandonie e di paura, sono morte la nostra fiducia negli altri esseri e il buon senso nei confronti di questa vita. Abbiamo preferito affidare la nostra sicurezza a telecamere e sistemi di sorveglianza, non solo, ma tutto quello che usiamo può essere rintracciato, esponendoci ad un enorme, costante, oppressivo conflitto di territorio e attacco.
Questa intollerabile perdita di privacy denuda le persone, le espone ad una costante minaccia e ci vuole poco per spaventare le persone, per farle diventare paranoiche o antisociali.

6. Più veloci

Nel mondo che ho descritto nei precedenti paragrafi, mancava una componente fondamentale, la velocità.
Bisogna andare veloci in funzione di raggiungere uno o più risultati. Si vedono solo quelli…e poco altro. La nostra mente ormai intossicata da una società fondata sul nulla, non si accorge di altro che di quello che deve raggiungere, trascurando ciò che ha perso ed ha perduto.
Per diverso tempo una persona può far finta di nulla, persino per tutta la vita, ma semmai dovesse fare i conti con tutto ciò che ha perso, allora potrebbero nascere conflitti che hanno solitamente dimensioni grandi quanto la stessa vita.
È un po’ come correre davanti al treno. Si può arrivare a dimenticarsi del treno, ma non appena ci si ferma…che botta!!
Tutto ciò che si è perso può essere alla base di conflitti del boccone mancante, di conflitti di svalutazione (“non sono stato un buon marito, ho solo pensato a lavorare”, “non sono stato un buon padre ed ho perso il meglio dei miei figli”), di separazione (“sono rimasto solo”, “mi mancano le sue carezze”, ecc.) e di territorio (“ho perso il controllo della mia casa”).
Più si corre veloci, più gli esiti di un possibile urto saranno disastrosi.

Le attuali condizioni di vita nelle moderne grandi città, come abbiamo visto, possono essere il terreno di coltura per lo sviluppo di conflitti alla base di patologie anche molto gravi e/o mortali. A supporto di questa mia ipotesi ci sono i dati che parlano chiaro. Il cancro è divenuta la prima causa di morte nel mondo “evoluto” ed una persona su due ha una forte probabilità di sviluppare il cancro nel corso della sua esistenza.
Mi preme sottolineare il fatto che non sono le condizioni descritte a causare i conflitti, ma possono essere il terreno ideale per cui anche una piccola scintilla possa dare l’avvio ad uno shock biologico. Non è così avventato affermare che nelle nostre città la vita sia sempre più messa in crisi!
Se tali condizioni non ci fossero, forse la maggior parte degli shock biologici potrebbe essere evitata.

Ora mi permetto di esternare alcune considerazioni su condizioni destrutturanti, comportamenti e propensione al conflitto biologico.

  1. Meno soggetti:più oggetti
  2. Meno riposo:più fatica
  3. Meno parole:più comunicazione
  4. Meno tempo:più vuoto

1. Meno soggetti:più oggetti

Quando le persone non si sentono considerate, cercano spesso un qualche modo di raggiungere la visibilità, per poi sentirsi meritevoli di considerazione. Questo mondo fatto di incipiente solitudine e invisibilità è stato creato appositamente in questo modo per le ragioni più varie, ma fondamentalmente per poter consegnare il potere in poche mani, di solito intente a stringere potere e denaro.
Le persone vengono spinte a comprare oggetti che diano loro fittizia originalità e visibilità. Ma se oggi si fa parte dei falsi visibili non si è comunque fuori dalla massa e si scompare sempre più. Scompaiono persone, quartieri, città, persino interi continenti (l’Africa, tanto per citarne uno) e le persone che scompaiono non fanno altro che rendere più visibili chi è già in vista, anzi, li rendono persino onnipresenti.
Il dramma di non essere considerati, svaluta le persone su un doppio strato esistenziale:
– invisibilità dell’essere
– invisibilità dell’avere
e dato che oggi non è semplice tracciare un solco ben preciso tra l’uno e l’altro, lo scomparire di uno strato determina la stessa fine anche per l’altro.
Sappiamo ormai bene cosa significa essere e/o sentirsi svalutati.

2. Meno riposo:più fatica

È lapalissiano direi.
Quando si deve correre per fare ogni cosa nella propria giornata, quando si è in ansia per un futuro incerto o negato, quando si cerca spasmodicamente di ritagliarsi la propria umanità, si consuma molto, forse troppo.
Ci si sente circondati di impegni, di doveri e di predatori. Il domani diventa pesante ancora prima che si verifichi e diviene temibile, si arriva a desiderare che un domani non ci fosse. Eppure il domani è un dovere, una incontrastabile spinta verso l’evoluzione. È per questo che si consuma troppo, si deve costruire oggi il domani senza riuscire a completare l’oggi stesso.
Troppa fatica porta all’esaurimento dell’energia ed alla considerazione della propria incapacità ad affrontare le difficoltà.

3. Meno parole:più comunicazione

Nella società dei social network, della comunicazione di massa, della maledizione degli smartphone, la capacità di parlare faccia a faccia si va pian piano perdendo. O ci si adegua ai nuovi modi di comunicare o non si comunica. Al di la della enorme disponibilità di contatti, il parlare vis-a-vis non è solo il far uscire delle parole dalla bocca, ma mostrare espressioni del viso e del corpo che parlano più dei miliardi di messaggi che si inviano ogni giorno. La capacità comunicativa ed empatica del linguaggio non verbale, non può essere riprodotto con altri mezzi ed allora si inventano molti modi di parlare senza parlare, con l’inconveniente che per dire una cosa, si devono complicare le cose.
Oggi meno si parla, più si messaggia; meno si discute, più si pontifica; meno ci si guarda in faccia e più ci si maschera. Direi che, in un certo modo, la lealtà umana sta finendo tra le intricate reti di messaggistica e comunicazione eterea.
Le persone perdono il loro valore, il loro potere educativo, perdono il loro territorio per finire nel territorio di tutti, in uno smisurato mercato di parole che non si sa più chi le ha pronunciate e per quale ragione.

4. Meno tempo:più vuoto

Riallacciandomi al punto 2 di queste mie considerazioni, il tempo disponibile alle persone per fare le proprie, personali cose viene sempre più ristretto, come se fosse pericoloso lasciare che le persone pensino e ozino. Per ragioni di difficile interpretazione, le persone devono correre, riempire di impegni ogni loro nanosecondo e lo fanno non solo per se, ma anche per le generazioni future. Il tempo va saturato di cose da fare, di impegni da rispettare, nulla è lasciato al caso ed al placido scorrere del tempo. È una cosa terrificante, alienante, inutile, dannosa, mortale.
Basterebbe che ci guardassimo intorno per scoprire che abbiamo preso la strada per la soffocazione. Nessun animale su questa Terra lavora, nessuna pianta ha fretta di crescere, nessun cucciolo va a lezioni di danza, o di nuoto e via dicendo. Dove si vuole arrivare?
Più il tempo viene saturato e stipato, più la persona si svuota di umanità e diventa rapidamente innaturale. È molto facile cadere nel disagio quando non si ha nemmeno il tempo per guardarsi addosso e volersi bene.

Conclusioni

La Nuova Medicina Germanica non è solo una nuova visione della salute dell’uomo ed una nuova possibilità per riaversi dai disagi di una vita difficile, è anche e soprattutto un modo per ricontattare quella Grande Madre che tutto mantiene in equilibrio, la Natura. La NMG ci insegna quali sono i nostri inizi, quali sono i nostri trascorsi, quali sono le nostre attuali condizioni e quali potrebbero essere le nostre prospettive future.
Leggere tra le righe delle 5 Leggi Biologiche insegna a capire perché siamo così, perché è importante stare dalla parte della Vita e della Natura, perché siamo giunti fin qui e non ci siamo estinti, perché non dobbiamo avere paura.

Ecco, la paura.
Dalle considerazioni appena fatte, se ci fate caso, qual’è il sunto finale che se ne può trarre? Cosa domina tutta la nostra sedicente “società civile”?
LA PAURA.
Paura di non farcela, paura di non avere, paura di non essere, paura di soccombere, paura del passato, del presente e – terribilmente seduttivo – del futuro. Paura per se, per i propri figli, per i propri averi, per i propri pensieri. Paura di non essere capiti, di non sapersi spiegare, di non essere al passo, di invecchiare (Che senso ha vivere più a lungo se non ci si accorge delle meraviglie della nostra vita e della Natura?).
Sulla paura si è fondata la nostra “bella” società civile fin dalla Rivoluzione Industriale. Oggi non è diverso rispetto a duecento anni fa. Oggi la paura regna su tutto, a partire dalla paura per la crisi economica, per proseguire con la paura dello straniero, per finire con la paura di vivere. Vi offro, a questo proposito, un documento che ho trovato su internet.

La realtà in cui viviamo è spesso ridotta a una «matassa indistinta e confusa di paure». Una matassa che rischia di paralizzarci e impedirci di vivere, ma che Marc Augé prova pazientemente a dipanare nel suo nuovo libro, Les Nouvelles Peurs (Payot, pagg. 92, euro 10). Per l’antropologo francese, che da anni si concentra sull’analisi delle trasformazioni e delle contraddizioni del mondo contemporaneo, le paure economiche e le discriminazioni sociali, le violenze politiche e le derive tecnologiche, i cataclismi naturali e le minacce criminali finiscono spesso per sovrapporsi e confondersi, amplificandosi a vicenda, producendo panico e angoscia negli individui.
«Naturalmente tutte queste paure non sono direttamente collegate le une alle altre, ma nella vita quotidiana spesso ci appaiono proprio così», spiega l’autore di “Un etnologo nel metrò”, “Nonluoghi” e “Che fine ha fatto il futuro?”
«I media evocano senza soluzione di continuità il rischio di un cataclisma, un attentato terroristico, l’aumento della disoccupazione e la strage inspiegabile di un pazzo. Sono realtà indipendenti, che però tutte assieme in un telegiornale fanno massa. La giustapposizione crea un effetto di contaminazione che le amplifica e le semplifica al contempo, dando luogo a un’unica paura globale, diffusa e indistinta. Di conseguenza, quando ne evochiamo una, di fatto è come se evocassimo tutte le altre. Il che è indubbiamente un elemento di novità».
Nel passato le paure erano più isolate, definibili e locali?
«Probabilmente sì. Nei secoli scorsi non sono mancate le grandi paure, che però erano spesso legate a fattori e contesti ben precisi. Oppure erano paure molto più universali, come ad esempio la paura della morte. In passato inoltre non si sapeva nulla di ciò che accadeva lontano da noi, mentre oggi sappiamo tutto quello che accade in ogni angolo del pianeta. Se un pazzo uccide dei bambini in una scuola americana, ne siamo immediatamente informati come se fosse accaduto sotto casa nostra. Di conseguenza, temiamo per i nostri figli. Insomma, tutto quello che accade lontano ci riguarda e ci terrorizza come se fosse vicino. Il sistema dell’informazione crea una forma di paura nuova, più sfuggente e più astratta. Quindi più difficile da combattere.
Tuttavia, il fatto che sia più astratta non significa che non abbia effetti concreti, producendo negli individui un terrore paralizzante. Come accade per le nuove inquietudini planetarie, che sono la dimensione oscura e minacciosa della globalizzazione. Dominate dall’idea che ciò che riguarda gli uni finisce prima o poi per coinvolgere tutti gli altri, le catastrofi nucleari, le epidemie, ma anche il terrorismo o le minacce del sistema finanziario assumono contorni quasi apocalittici».
Questa matassa di paure eterogenee è lo sfondo permanente delle nostre vite?
«In un certo senso sì. La paura è ridiscesa in terra e contemporaneamente si è generalizzata. Un segnale di questo timore diffuso è il successo di un libro come “Indignatevi!” di Stéphane Hessel. L’indignazione, infatti, è la forma sublime della paura. In questo caso, le parole di un vecchio saggio – una figura abbastanza tradizionale e quindi rassicurante – riescono a dare un contenuto preciso in termini socio-politici alle paure indistinte di un gran numero di persone. È per questo che il libro ha tanto successo. La nostalgia per certi valori del passato che prende forma nelle pagine di Hessel, viene interpretata come un grido di rivolta nei confronti del presente. In fondo, se nei secoli scorsi si aveva innanzitutto paura della morte, oggi si ha soprattutto paura della vita».
Perché?
«Gli allarmi economici, ecologici e sanitari, ma anche la violenza o il terrorismo sono qui e adesso. Generano un’angoscia quotidiana e immediata che occupa tutto il nostro orizzonte, impedendoci di proiettarci più in là. Nell’epoca classica, proprio perché gli uomini avevano
paura della morte, stoicismo e epicureismo provavano ad elaborare riflessioni in grado di consolarci. Oggi queste forme di consolazione filosofica non funzionano più. Molte delle paure che ci attanagliano non sono nuove in sé, è nuovo però il loro modo di fare sistema e la loro percezione. Nel passato, dato che le paure erano percepite come locali e concrete, si aveva l’impressione di poter fare qualcosa per prevenirle. Oggi invece, più le paure diventano un groviglio inestricabile, più si ha l’impressione che sia impossibile intervenire sulle problematiche che le alimentano. La sensazione d’impotenza è uno degli elementi costitutivi delle nuove paure».
Ciò vale ad esempio per la percezione della crisi economica. È così?
«In effetti, di fronte alla crisi economica ci sembra che non ci siano soluzioni efficaci. La crisi è percepita come ineluttabile e inarrestabile. Da qui le paure della disoccupazione, del declassamento sociale e della povertà, che peraltro vanno di pari passo con il terrore di un sistema che sembra avanzare in maniera inerziale e fuori da qualsiasi controllo. In fondo, si teme l’incompetenza e l’inconsistenza di coloro che dovrebbero governare il sistema. E naturalmente tutto ciò implica un certo fatalismo che produce battaglie solo difensive. Una volta si sognava di abbattere il sistema, oggi si spera solo che non crolli definitivamente per non esserne le vittime».
Ci sono poi le paure prodotte dalla scienza e dalla tecnologia…
«Tradizionalmente le paure nascono dall’ignoranza. A volte però anche la conoscenza può angosciarci, come accade talvolta con l’innovazione tecnico-scientifica. Diverse scoperte della scienza ci fanno paura, dal nucleare alla clonazione. Oggi, nonostante l’entusiasmo per le nuove tecnologie, l’avvenire ci sembra prefigurare un mondo d’incognite. Motivo per cui preferiamo non proiettarci troppo in un futuro percepito più come una minaccia che come una speranza. Questa scomparsa del domani come orizzonte operabile aumenta inevitabilmente l’ansia nel presente».
C’è un modo per sottrarsi a questo insieme di paure?
«Più che le minacce concrete, siamo paralizzati dalla superstizione che queste siano presenti nella nostra vita tutte allo stesso tempo, mescolate e confuse. Bisognerebbe quindi essere capaci di districarne il groviglio, isolandole e analizzandole singolarmente. Solo così è possibile disinnescarle. Occorre quindi un atteggiamento attivo. La paura globale che sfugge al controllo della ragione sembra infatti agire maggiormente su coloro che si collocano in una posizione di passività nei confronti della realtà. Chi agisce e interviene ha sempre meno timore di chi subisce passivamente. In questo senso, l’educazione e l’istruzione possono aiutarci. La conoscenza può trasformare l’angoscia in curiosità, che, secondo me, è il primo passo per disfarsene. Senza dimenticare che, se è vero che la paura produce regressione, essa può anche diventare un fattore di progresso, dato che, una volta superata la paralisi, ci spinge a cercare soluzioni per andare avanti».
Ci si può abituare alla paura e convivere con essa?
«Ciò accade spesso, dato che il timore fa parte del nostro paesaggio quotidiano, modificando le nostre vite e i nostri comportamenti. La vita però deve continuare, quindi finiamo sempre per adattarci. È però una vita mutilata. Per questo credo che sia sempre meglio cercare di disfarsi delle paure, smontandone i meccanismi. Che poi è il motivo per cui ho scritto questo libro».

La paura governa il genere umano. Il suo è il più vasto dei domini. Ti fa sbiancare come una candela. Ti spacca gli occhi in due. Non c’è nulla nel creato più abbondante della paura. Come forza modellatrice è seconda solo alla natura stessa.

Saul Bellow, Il re della pioggia, 1959

L’assenza di paura è il primo requisito della spiritualità. I codardi non possono mai essere morali.
Mohandas Gandhi, Young India, 1919/1932

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