Dove lavoro c’è un chirurgo generale molto in gamba e molto bravo, che fa interventi di chirurgia laparoscopica di alto/altissimo livello.
Questa sua bravura e capacità gli sono valse la nomina a centro di formazione per chirurgia laparoscopica avanzata ed a sentire i nostri frequentatori, nelle loro realtà le cose sono piuttosto diverse rispetto alla nostra.
Già, gli altri.
Come sono? Cosa fanno?

Quando si lavora molto e duramente, quando si lavora e basta, non si ha il tempo, ne l’interesse di chiedersi se quello che si fa va bene, è fatto bene, è moderno, è di buona o cattiva qualità. Si lavora e ci si adatta a quello che vuole il chirurgo e buonanotte.
Solo quando si ha l’occasione di fare dei paragoni con altre realtà, si può capire il valore o il disvalore di quanto si è chiamati a fare.

Da diversi mesi siamo diventati la meta per molti chirurghi che vengono a vedere una chirurgia laparoscopica di alto livello ed abbiamo organizzato diversi eventi formativi d’aula e pratici.
Come siamo arrivati a divenire un centro di riferimento?
Anzitutto con l’interazione collaborativa tra le tre figure che fanno parte dell’equipe chirurgica: chirurgo, infermiere e anestesista.
Da un punto di vista prettamente chirurgico, quello che ha contato in assoluto è stata la impietosa standardizzazione delle procedure, il che ha portato alla produzione di documentazione e schede operative che rendono il personale in grado di affrontare qualsiasi intervento codificato, senza doversi abbandonare ai capricci del chirurgo che passa di li.
Con stupore ho capito che nelle altre realtà non è così. Per lo più non esiste documentazione dedicata alla strumentazione, alle procedure, ai materiali, alla tempistica chirurgica. E’ stato incredibile osservare lo sguardo e lo stupore di diversi chirurghi che, davanti al nostro librone degli interventi – dove c’è scritto tutto – hanno chiesto: “E avete scritto tutti gli interventi di chirurgia?”
Ancora più stupiti erano dopo la risposta: “Certo, open e video, di chirurgia, ortopedia ed oculistica.”

E’ un po’ strano, almeno per me, concepire una attività chirurgica che si fonda sulla singolarità individuale. Ho saputo che in alcune realtà i container dei ferri non hanno un nome generico, ma sono intitolati ad un preciso chirurgo. Pazzesco!
Noi, in collaborazione con il primario, abbiamo fatto 8 container per laparoscopia tutti uguali, con i quali facciamo tutta la chirurgia laparoscopica, con una percentuale di variabili prossima allo zero.
Questo ha dato sicurezza agli infermieri, che affrontano l’intervento laparoscopico non in funzione del singolo chirurgo, ma della procedura e del paziente, il che mi sembra oltre che giusto, molto infermieristico per un lavoro – quello dello strumentista – che è assai poco infermieristico.

Purtroppo non ho avuto occasione di visitare altre realtà se non la mia, ma capisco che tutto l’impegno che ci abbiamo messo negli ultimi sette anni, ha dato dei frutti che mi sento di aver contribuito a far crescere e di cui sono orgoglioso.
Sono convinto che il confronto con altre realtà, possa far capire che c’è chi sta peggio. Non è molto, ma piuttosto che niente, è meglio piuttosto!

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