Nei miei precedenti articoli ho parlato spesso di impegno psichico, di alterazioni psico-comportamentali, di stress, di cattive interazioni tra i membri dell’equipe; insomma ho trattato degli aspetti più eterei, mentali del mio mestiere.
Ma della fatica fisica vogliamo parlarne?
Della schiena dolente a fine seduta, diciamo due paroline?
Dell’intollerabile gonfiore di palle discutiamo?
E per le femmine, del loro mal di gambe, cosa diciamo?

In un reparto di degenza la strada è tanta e la fatica è assicurata. Lo so perché ho lavorato 3 anni in reparto chirurgico e so cosa vuol dire (al contrario dei membri dell’ufficio infermieristico che si sono scordati di cosa voglia dire o non l’hanno mai provato). A ciò si aggiunga che è spesso richiesto di sollevare e mobilizzare i pazienti e, con la tendenza all’obesità che dilaga in questo paese di merda, la fatica diventa un incubo ed un pericolo.
In SO i percorsi non sono lunghi, di solito, ma il mobilizzare i pazienti è un compito da espletare più volte al giorno.
Ma quello che più colpisce il fisico dell’infermiere di SO – strumentista e assistente di sala – è l’immobilità protratta.
Provate a stare immobili, in piedi, per soli 15 minuti. Potrete capire cosa voglia dire.
Noi, per interventi lunghi e complessi, rimaniamo in piedi per 5-6-8 ore e vi posso assicurare che, alla fine, è più faticoso e doloroso flettersi che rimanere eretti. E’ come se la schiena si fosse consolidata e non ne voglia sapere di piegarsi.
Quando ci si va a cambiare nello spogliatoio, si fa fatica a raggiungere le scarpe da allacciare o calzare.
Le ginocchia sono irrigidite e i piedi si mandano a fare in culo l’uno con l’altro. La fatica non sta nel muoversi, ma nel rimanere immobili.

La stazione immobile avvilisce il circolo venoso di ritorno, il sangue torna indietro a fatica e le gambe se ne riempiono. Le mie colleghe, nonostante le calze antiproiettile/antistupro a 360 denari, hanno comunque male alle gambe, se poi sono mestruate le cose si complicano vieppiù.

La fatica è rappresentata anche dalle posizioni che si assumono per assistere il chirurgo. Nella toracica è un guaio. Non si vede una beata fava e per poter sbirciare qualcosa, ci si carica su una gamba sola e si sta così per decine di minuti. E’ facile capire che alla fine il ginocchio sovraccaricato, si licenzia dal corpo e ci manda a ramengo.
L’avvento della laparoscopica ha rimosso il Kamasutra strumentistico, ma ha introdotto un insidioso immobilismo marmoreo che ammazza lombi e ginocchia. Io stesso, dopo una emicolectomia laparoscopica di appena 2 ore, sono indolenzito alla schiena e mi basta sedermi per qualche minuto per riprendere il controllo del mio tratto lombare.

Anche la disidratazione è un nemico. Quando si sta in piedi in quel modo e per diverse ore, la sete e la secchezza suonano il campanello. Poi c’è la pipì, il caldo d’estate (il camice chirurgico diventa spesso come un bel cappotto sotto il sole), i piedi gonfi in zoccoli di gomma, insomma non è un mestiere facile da sostenere.
Ci sono però dei modi per alleviare questi fastidi:

  1. Prima di un intervento lungo e faticoso idratatevi adeguatamente bevendo, a piccoli sorsi, almeno mezzo litro d’acqua.
  2. Non affrontate un intervento lungo, senza aver mangiato qualcosa. Banane per il potassio, gallette di riso per i carboidrati, miele per gli zuccheri, yogurt per le proteine, cioccolato fondente per teobromina e caffeina.
  3. Indossate calze contenitive, anche se avete 20 anni. Aiutano il circolo venoso in modo sostanziale.
  4. Durante le fasi più noiose e meno impegnative, sollevatevi sulla punta dei piedi per almeno 10 volte. Favorisce il circolo venoso.
  5. Se dovete stare in piedi per lungo tempo, non rimanete sui due piedi, ma cercate di appoggiarne alternativamente uno su un rialzo, in modo da muovere la schiena e scaricare i lombi
  6. Se ne avete necessità, fatevi posizionare uno sgabello e sedetevi. Non c’è nulla di vergognoso in ciò.
  7. Ponetevi sempre a favore del chirurgo, in modo da avere la posizione più comoda. Cercate di assumere una posizione in cui sia possibile caricare ora su un piede, poi sull’altro.
  8. Se le fasi dell’intervento lo consentono, applicate la respirazione diaframmatica. Essa muove l’energia dal basso all’alto e viceversa, vi consente di ossigenarvi a dovere, vi rilassa e fa muovere il tratto lombare della colonna vertebrale.

Non è facile seguire questi consigli, ma credo che sia ancor meno facile sopportare i fastidi che ho illustrato, specialmente perché il tempo passa e il fisico se ne accorge.

Principi Generali
Giorgio Beltrammi