Ci sono situazioni e condizioni nelle quali la domanda di cui sopra si presenta spesso.
Ci sono persone che prima dell’intervento stavano molto male e dopo di esso stanno bene o molto meglio. L’intervento chirurgico è stato risolutivo.
Ci sono persone che prima dell’intervento avevano disturbi saltuari, benché fastidiosi. Campanelli d’allarme e di irritazione. Dopo l’intervento stanno più o meno come prima e la scomparsa di un fastidio dura poco, prima che compaia un altro tedio organico. In sostanza non è cambiato quasi nulla, ma la scienza dice che è stato fatto tutto il possibile.
Ci sono persone che stavano bene prima dell’intervento. La loro vita scorreva bene, con i soliti acciacchi di una vita lunga. Nonostante l’età, la vita aveva un senso e la salute continuava sostanzialmente a supportarle. Per scrupolo o per caso, sollecitate da famigliari o medici curanti zelanti, si sottopongono a qualche esamino clinico e scoprono di avere un “qualcosa” che deve assolutamente essere corretto.
“Ma io sto bene!” è la loro risposta.
Per un diabolico e interessato meccanismo, la persona viene tartassata affinchè dia il consenso ad essere “trattata” per il suo “bene”.
Prima dell’intervento chirurgico stavano bene, dopo di esso stanno decisamente male!
L’intervento chirurgico è la causa dei loro dolori e della loro vita invalidata, infelice, perduta.

Il “bene” si trasforma in male quando non ha senso, quando rompe un equilibrio e quando dell’individuo non si vede la globalità che si chiama “persona”, ma solo una specifica struttura o funzione.
Nella mia carriera ho visto tanta gente che stava male. L’intervento li ha riconsegnati ad una vita buona, senza dolore e li ha letteralmente strappati alla morte.
Ho visto tantissime persone operate per fastidi di vario genere, tornate poi ad una vita sostanzialmente immutata ed ho visto, purtroppo, molti interventi che hanno creato la malattia, il dolore, l’invalidità, l’infelicità.
Io mi chiedo quale possa essere il senso di mettere le mani addosso a qualcuno che stava bene, ma che per caso ha scoperto di avere qualcosa che la scienza medica vuole assolutamente estirpare. Perchè violare un corpo che funziona ancora bene, per togliere qualcosa di cui non s’è capito ancora nulla?
Prendiamo la calcolosi della colecisti.
In italia vengono asportate decine di migliaia di colecisti all’anno, ma non s’è ancora capito nulla sul perchè si formino i calcoli, perchè in alcuni casi si crea la colecistite, perchè in altri casi non avvenga ciò, ecc. ecc.
La maggior parte delle colecistectomie va a buon fine, la persona torna ad una vita adeguata. Altre invece si complicano, non alleviano le coliche biliari, o peggio creano ulteriori problemi (calcolosi biliari, occlusioni da briglie aderenziali post-chirurgiche, sindromi dispeptiche).
La scienza dice che gli interventi sono stati eseguiti per il bene della persona, ma nei casi in cui la persona sta sostanzialmente bene, il “bene” chirurgico può trasformarsi in un “male”.

Ho visto anziani sottoposti a resezione del colon, con colostomia temporanea o definitiva, perchè è stato trovato del sangue occulto nelle feci. Le indagini successive hanno mostrato la presenza di una neoformazione colica non occludente. La scienza ha deciso che “bisogna operare” per il bene della persona. Riassumiamolo questo bene.
Colonscopia previa purgazione drastica
Esami clinici, biochimici e radiologici
ECG, visita anestesiologica, eventuale visita cardiologica (un’ottantenne ha spesso problemi di cuore)
Sospensione della terapia anticoagulante (questi coagulopatici quanti sono? Io mi chiedo se i pazienti sono coagulopatici per cui prendono gli anticaogulanti o devono diventarlo affinché assumano gli anticoagulanti).
Intervento chirurgico (Trauma anestesiologico, trauma chirurgico, perdita di liquidi, sangue e temperatura, fastidi posizionali, cateterismi, ecc.)
Esiti dell’intervento: il paziente è ospedalizzato per svariati giorni (un anziano ha i suoi ritmi e i suoi rituali, si sente spaesato) e spesso si “scompensa” e si “dissocia”. Si ritrova con un sacchetto maleodorante e, soprattutto, vergognoso.
Si ritrova con una o più ferite sulla pancia, con il rischio di laparoceli e sovrinfezioni. Se tutto va bene non fa aderenze peritoneali e non si occlude, altrimenti sono cazzi.
Insomma, dal giorno della diagnosi è iniziato il percorso del bisogno e finito il tempo dell’autonomia.
E’ sempre giusto fare così?
Valeva la pena di attendere?
Insomma il “bene” della scienza a chi fa bene? Alla scienza o alla gente verso la quale dovrebbe dirigersi?

Per rispondere a quest’ultima domanda, mi corre l’obbligo di dire ciò che non potrà mai essere provato e che nessun scienziato avrebbe mai la voglia/possibilità di dire/ammettere. Ci sono le persone a perdere, vittime sacrificali che vengono immolate sull’altare della scienza per consentire agli scienziati di imparare il loro lavoro. Largamente usata, la sperimentazione sugli animali non è educativa al 100% ed è necessario imparare direttamente sulle persone.
Ecco le azioni scientifiche sproporzionate, quelle che appaiono immotivate agli occhi del buon senso; occhi che vedono la persona prima della scienza, che scorgono la risposta prima nella Natura e poi nella scienza. Solo in chi crede che la Natura sia brutale e spietata, o in chi vuole arricchirsi usando la scienza come scusante per loschi affari, queste azioni ingiustificate e immorali, appaiono “scientificamente corrette”.
Eppure l’etica della scienza dovrebbe anteporre il bene della persona umana (animale per estensione naturale) innanzi a tutto. Laddove l’etica dell’azione scientifica cozzi contro l’etica della vita e della Natura, non deve essere quest’ultima a cedere. In fondo è la Natura che ci ha dato un cervello, il pensiero e un cuore.
Il bene non ha maschere e non ha interessi.
È il bene e il bene non ha prezzo!

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