Seduto su una panchina del parco, è inevitabile per me, lasciare andare i pensieri.
Tra questi pensieri – talvolta pratici e materiali, tal’altra più eterei e filosofeggianti – compare quello sulla constatazione e affronto di quella che non si nomina mai, ma che poi è l’unica altra parte della vita, la morte.
Mi chiedo se, nell’ora fatale, avrò modo di ricordare questi momenti di beata solitudo e le sensazioni che mi dava la felicità di essere vivo.
Mi chiedo se, come si dice e si crede, mi trascorrerà davanti tutta la vita mia, se proverò rimorso per qualcosa o rimpianto per qualcos’altro.
Avrò la lucida conferma che mi accingerò a passare in un’altra dimensione che – sembra – non avrà alcun legame con quella da cui sono provenuto?
Capirò finalmente che senso ha avuto la mia vita?

Io, ancora oggi, non ho ben chiaro perché io sia rimasto al mondo, se abbia un compito od una missione da svolgere. Se la vita mia non contempla nulla di tutto ciò, perché sono ancora qui?
Perché sono ancora vivo?
Ci deve essere qualcosa che giustifichi la mia vita. Non può essere che sono qui solo per generare altra vita (missione peraltro fallita) e per compiere il mio tragitto vitale senza sapere perché continuo a percorrerlo.
Se, come credo, la Natura non fa nulla di insensato e immotivato, perché io sono ancora vivo?
Se la Natura tiene ai propri figli, se la vita va avanti attraverso la lotta e l’affinamento prestazionale, ci deve essere un traguardo da raggiungere; ci devono essere delle ragioni per queste lotte senza fine.
Ci deve essere una ragione – o più d’una – per l’esistenza della vita, come noi riusciamo a percepirla!

Su questo mondo sono nate, vissute e morte miliardi di forme di vita. Perché è successo?
Perché è stata necessaria l’evoluzione (ammesso che l’uomo sia espressione di una evoluzione)?
A volte penso che la morte sia un fallimento di un esperimento o di un compito che la Natura compie da millenni, in funzione di un qualcosa, o di un qualcuno, la cui visione a noi umani sfugge.
Quale sarà il risultato ottimale che tutte queste vite, compresa la mia, stanno cercando spasmodicamente di supportare e conquistare?
Se in Natura tutto ha un senso, qual’è il senso di tanta vita nata, vissuta e poi finita?
Non posso credere che un delfino, tanto per fare un esempio, sia qui solo per nuotare, mangiare, riprodursi e morire. Tutto deve – o dovrebbe – avere un senso, qual’è il suo?
Il progetto finale qual’è?
Se, come crediamo o vogliamo credere, l’uomo è il soggetto vitale più sofisticato e ottimizzato, perché ci sono ancora gli scimpanzé? A cosa serve uno scimpanzé all’uomo? Per tenere aperti gli zoo?
È troppo poco!

Forse non sono riuscito a spiegare bene la sostanza del mio interrogativo e forse mi starete prendendo per pazzo, o forse manco siete arrivati a leggere questa riga, ma io rimango con le mie perplessità: perché sono qui, vivo, a scrivere queste cose? Se posso farlo, perché posso e lo faccio?

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