di Susanna Pezzoni

Impossibile da ignorare, la tragedia di Prato riporta la nostra attenzione, l’attenzione di una società cosiddetta civile, sul problema dell’immigrazione e dello sfruttamento di Popoli da noi distanti geograficamente e culturalmente, nello specifico del Popolo Cinese.
I Cinesi sono ovunque, abitano ormai il centro e la periferia delle città Italiane, abitano in quei luoghi dove ancora è possibile fare impresa, ma anche in quei piccoli centri dove le imprese hanno abbandonato il territorio, dove magari quelle che resistono sono colluse con le organizzazioni criminali e finanche dove non vi è impresa. Popolano efficacemente e “senza fare troppo rumore” ogni centro abitato della nostra Penisola, Isole comprese, lo abitano pur senza viverlo, spesso; insistono su territori senza mai integrarsi totalmente, conservando in terra straniera i propri usi e costumi, le proprie abitudini, a partire da quella ritrosia che li caratterizza di non parlare se non occasionalmente la nostra Lingua, di non frequentare le nostre usanze, neppure quelle più invidiate altrove, come la nostra cucina.
L’imperativo è quello di occupare un territorio e fare impresa a qualunque costo, in qualsiasi condizione; guadagnare per inviare in Patria, anche se per Loro l’atto del guadagnare implica parecchie sofferenze e non risponde a normative che definiscono Diritti e Doveri di ciascun Lavoratore. Lavorano tutti, dai Bambini agli Adulti, almeno fino ad una certa età e poi spariscono rimpiazzati dalle nuove leve. Lavorano tutti….ma come?

Come è noto da tantissimo tempo, e la tragedia di Prato è soltanto l’ennesima conferma di un fenomeno che si configura come sfruttamento e riduzione in schiavitù di Esseri Umani. Un incendio in un capannone tessile colmo di materiali infiammabili, adibito anche a luogo di soggiorno durante le poche ore di pausa dal lavoro, perfino a luogo di prostituzione, al pari di quei centri cosiddetti estetici nei quali si praticano i massaggi ed anche il “dilettevole”, almeno per gli avventori; luoghi assolutamente privi di abilitazione di qualsivoglia genere allo svolgimento di quelle attività, compresa l’abilitazione sanitaria.
Ma io mi domando: dove si trovano questi luoghi? Non si trovano forse nelle nostre città? Non sono per caso luoghi e strutture che fanno parte del nostro territorio e che quindi sono soggetti alla normativa vigente nel nostro territorio, in materia di edilizia e sanità? Quei Lavoratori, sfruttati e ridotti in schiavitù, quei Bimbi costretti a lavorare invece che essere accompagnati a Scuola e quelle Ragazze avviate alla mercificazione dei corpi per fini sessuali, non dovrebbero invece essere soggetti a sorveglianza da parte dei nostri Organismi competenti in materia di tutela del lavoro e della salute e non dovrebbero quegli Organismi, forse imporre l’osservanza delle norme in materia non solo di Diritti/Doveri dei Lavoratori, ma anche di tutela della salute e di salvaguardia dell’ambiente?

Per come la vedo io, l’atteggiamento dello Stato Italiano nei confronti della piaga in questione è un atteggiamento decisamente ambiguo, eticamente esecrabile. Uno Stato in generale e dei privati in particolare che fingono di non vedere, di non sapere che accade e come accade; uno Stato che “affitta” i propri territori e che accetta che questi vengano turbati dall’esercizio di attività illecite e quindi pericolose per tutti, indistintamente, per gli ospiti e per gli ospitati; uno Stato che accetta in sordina di partecipare allo svolgimento di attività che lo pongono in pericolo e che lo espongono a critiche anche a livello internazionale; uno Stato che interviene soltanto quando non si può non intervenire perché è accaduto qualcosa di eclatante che non può essere celato, è a mio avviso uno Stato che può essere accusato di favoreggiamento e perciò punibile.

Susi

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