Dalle mie parti si dice:
«La va’ par te, che t’an capes un caz!”»
indicando nella persona felice, colei che non capisce nulla,
che nulla si chiede e che nulla è in grado di smuovere.
Qual dono è l’ignavia, il torpore e lo stupore dell’ignoranza.
Qual magnanima elargizione è il non accorgersi di nulla,
di limitarsi ai segnali ricevuti dai 5 sensi e basta.
Qual pace ci deve essere in un cervello che non pensa,
riccamente permeato di pensieri altrui,
intriso di luoghi comuni dove ritrovare un sacco di propri simili.
Che soavità infarcirsi la testa di cose mediatiche, di pettegolezzi,
di finte discussioni, di idee preconcette, di lineare banalità.
Morire così, in pace, avendo dato ad altri la colpa,
potendo mettersi nella cassa il diploma o la medaglia di “Sfigato”.

E quale inferno dall’altra parte,
dove il cervello non riposa mai,
dove nessun luogo è veramente casa,
dove nessuna parola muore poco dopo averla udita.
Dove un impercettibile movimento del viso ha mille significati,
dove l’amore può anche non avere un corpo dove dilettarsi,
dove la mente si sente in gabbia in un corpo limitato,
dove una parola scritta in un libro, ha in se altri cento libri.
Dove lo specchio dice bugie, dove il silenzio morde,
e dove il rumore schiaffeggia.
Dove gli altri sono sempre distanti,
ma nervosamente troppo vicini.
Il luogo dove l’ignoranza cambia valore a seconda delle giornate,
da dove si vorrebbe scappare e dove fare ritorno.
Laddove il senso delle cose non è mai quello indicato nelle istruzioni,
dove i perché hanno sempre risposte incomplete,
dove le risposte generano altri perché,
dove le mura sono una prigione, che lasciare ferisce.
Morire così, in guerra, avendo dato ad altri la colpa,
potendo mettersi nella cassa il diploma o la medaglia di “Sfigato”

Due volti, all’insaputa l’uno dell’altro!

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