Più volte ho asserito che ciò che temo di più nella mia vita è il non essere considerato, il non essere visto. Varie volte ho detto che quello che faccio è fatto, in buona sostanza, per avere una visibilità.
Però è anche vero che io non faccio nulla per essere visto davvero, non pubblico foto di me su FB che mostrino la mia faccia, faccio un uso molto modesto del selfie – come oggi usa chiamare il romantico autoritratto. Nella vita reale rifuggo i luoghi di aggregazione e non sono quell’amicone che fa’ bisboccia.
Ho quello che io chiamo, conflitto dell’invisibilità.

Che cos’è un conflitto?

È il collidere di due cose, due pensieri, due fatti, due azioni contrarie una all’altra.
Siamo pieni di conflitti in questa bella vita moderna, che abbiamo scelto per “purificarci” dalla rozza esistenza dei nostri antenati.
Tra tutti i conflitti oggi sostenuti dalle persone, quello dell’invisibilità credo sia il più insidioso, non letale certo (il conflitto tra il mangiare e il morire o tra il respirare e il soffocare, invece lo sono), ma mooooolto frustrante.
Hamer, il Grande Scienziato, non ne parla ma io con molta presunzione, cercherò di farne una breve analisi, annunciando che è di certo opinabile, discutibile e criticabile. Annuncio anche che questa conflittualità può di certo rientrare nel vasto e grave capitolo detto “Conflitto del Profugo”.

Concetti in evidenza

Positivi

  • Considerazione altrui
  • Visibilità di se stessi
  • Socializzazione
  • Partecipazione
  • Clan
  • Compagnia
  • Emersione

Negativi

  • Indifferenza altrui
  • Invisibilità di se stessi
  • Asocialità
  • Esclusione
  • Esilio
  • Solitudine
  • Sommersione

Sentito personale

Genericamente il sentirsi perennemente fuori dal contesto sociale, esclusi dal palcoscenico della vita.
Più specificamente il sentire che la propria presenza non è di alcuna rilevanza; percepire la propria esistenza come irrilevante; sentirsi trasparenti; non destare negli altri alcuna emozione, nemmeno negativa; sentire di dover sempre rimarcare la propria presenza/esistenza e altre emozioni simili.

Paradossi conflittuali

La persona può sentire il bisogno di esporsi, ne ha un bisogno viscerale. Esponendosi crede di poter essere amato, visto, premiato per il semplice fatto di esistere. Tuttavia teme di non poter sostenere il ruolo a cui assurgere o teme di non riuscire a continuare a recitare la parte che usa per emergere. Teme che una figuraccia lo spinga definitivamente nell’oblio della indifferenza e della trasparenza.
Questo tira e molla può creare così tanto disagio da far assumere alla persona un atteggiamento temerario, dove il supremo sacrificio può consacrarlo alla visibilità, anche solo per un giorno.
Nascondendosi, la persona usa ogni mezzo che lo protegga ed al contempo lo possa far risalire dal purgatorio della invisibilità. Intendo riferirmi all’uso dei social network, il cui successo non appare così strano.

Effetti indesiderati

L’innesco del conflitto del profugo genera trattenimento dei liquidi. Questo causa una visibilità spuria e, in definitiva, negativa. La persona aumenta il proprio peso (per dare peso alla propria personalità) e la propria superficie corporea, divenendo fittiziamente “visibile”. Anzi, questo modo inconscio di esporsi, diventa bersaglio di critiche, per lo più instillate da una società feroce e inumana.
Uso di sostanze che io chiamo “espositive”, come droghe di vario genere. Tra queste cocaina, anfetamine, allucinogeni, alcool. Esse rimuovono i freni inibitori e portano la persona a fare cose pazze e, in definitiva, troppo visibili.
Poi ci sono le sostanze narcotizzati, quelle che fanno sparire la mente della persona, per alleviarla dalla sensazione di ingiusta marginalità.
Non serve rimarcare il fatto che il primo tipo e il secondo tipo di sostanze hanno solo effetti temporanei e dannosi, in quanto non tengono in conto la singolarità della persona e, passato il loro effetto, creano ulteriore invisibilità.

Le fasi del conflitto

In fase attiva la persona prova ansia e lotta per trovare un modo per “apparire”, peggiorando la sua condizione. Ingrassa, esagera nelle sue fantasie di riscatto, esagera nell’uso di sostanze.
Quando temporaneamente risolve il suo conflitto e si bea di una temporanea ribalta, è poi esausto e sereno, ma deve riposare, deve allontanarsi dal palcoscenico che ha faticosamente raggiunto.
Inutile dire cosa comporti questo allontanamento.

Origini e cause

Ovviamente il sentito della propria invisibilità è assolutamente soggettiva e personale e non c’è una causa che possa valere per tutti, anzi.
Cercare di trovare un denominatore comune per tutte le persone, equivale a farle scomparire in un pentolone in cui ribollono credenze, teorie e mezze verità.

Questo peggiora la condizione di chi si sente già scomparso. La medicina ufficiale, la psichiatria e la società che le supportano, fanno da decenni lo stesso errore, considerare le persone tutte uguali.
Ma rimaniamo nel campo delle cause.
Chi si sente invisibile ha questa percezione fin dalla tenera età, quando chi avrebbe dovuto costruire l’intelaiatura della sua autostima, non solo non l’ha fatto, ma l’ha costantemente demolita. Parlo dei genitori.
Genitori troppo indaffarati, genitori ancora bambini, genitori per caso, genitori non-genitori, genitori in appalto, genitori senza voglia. Queste le figure che creano persone che si sentono invisibili, ma forse ce ne sono altre.
Mancanza di coinvolgimento, di premio, mancanza di partecipazione, confino scolastico, mille mila impegni per giustificare le proprie assenze genitoriali. Terribili pretese di maturazione anticipata, deleterie responsabilizzazioni dove vengono esaltati solo i progetti e mai i risultati. Queste le condizioni per la strisciante, intramontabile invisibilità e forse ci sono molte altre cause.
Non è facendo sudare ai propri figli il loro posto al mondo, che li si aiuta a riconoscere il proprio diritto ad esserci ed il proprio valore.

Come uscirne?

Difficile dirlo.
Io non so’ dire come aiutare le persone ad emergere stabilmente in questo mondo, che cerca di affogare tutto e tutti. Io stesso mi sento un invisibile dopo 53 anni di vita.
Forse prendendo consapevolezza del proprio disagio, cercando di capire le ragioni delle mancanze educative, imparare a godere di ciò che si è raggiunto, imparare a non guardare al futuro, ma al presente. Essere consapevoli che il proprio posto in questo mondo era prenotato e riservato proprio a se stessi.
Forse può aiutare il pensare di considerarsi come energia elettrica,
nessuno la vede davvero,
ma tutti sanno che c’è
e che con essa si illumina la storia
e il mondo intero.

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