Ci sono giorni in cui il lavoro – per chi ancora ce l’ha – è gravoso e lo è davvero perché faticoso, ricco di impegni, di azioni e di compiti.
Ci sono giorni in cui tutto questo ha l’impatto di una piuma e giorni in cui ha l’effetto di un treno merci preso sulla schiena.
Ci sono giorni in cui guardi l’orologio all’entrata e all’uscita perché il tempo non è importante; giorni in cui tra l’ultima volta che hai guardato le lancette e adesso, sono passati 10 interminabili minuti.

Queste differenze di percezione dell’onere lavorativo sono di solito soggettive, solo raramente il carico di lavoro arriva ad esaurire l’effetto confortante dell’aver eseguito bene un lavoro che si ama.
Quando il proprio lavoro lo si fa con piacere, non è quanto ce ne sia da fare che conta, quanto il darsi da fare per farlo bene, affinché tutto fili liscio, senza intoppi od ostacoli. Non si capisce bene se il proprio lavoro piace perché si riesce a farlo girare bene, o se gira bene perché piace.

Poi ci sono i giorni della pena, quando anche un piccolo impegno nel posto sbagliato, con le persone sbagliate o per finalità sbagliate, rende il proprio lavoro un supplizio. Tutto sembra andar male nello stesso momento, nulla è più al suo posto ed anche i colleghi, che conosci da anni, sembrano dei gran rompicoglioni capaci solo di farti bestemmiare.
Ci sono quelle giornate strane che iniziano bene, tutto segue il ritmo più docile, nessuno è impiccato e tutti hanno il loro da fare, ma senza soccombere. Per un motivo spesso stupido, le cose vanno a rotoli rovinosamente, come se camminando leggiadramente il terreno fosse inspiegabilmente cosparso di colla. Tutto diventa difficile, complesso, istericamente costellato di cazzate e vecchi merletti.

Altre giornate invece, iniziate pesantemente, come oggi, subiscono una trasformazione sublime. Quello che sembrava irrevocabilmente destinato ad essere pesantissimo, diventa rapidamente fluido e si viaggia con il cosiddetto “filo di gas”. Una magia superiore trasforma una catapecchia piena di fantasmi, in un castello di bianche dame e impavidi cavalieri.

Cosa volevo dire con tutto questo?
Che il lavoro va amato, non solo perché lo si ha – che è una cosa che favorisce certo il sentimento – ma anche perché ci fa sentire vivi, pieni di valore, utili, entusiasti. Il lavoro valorizza non solo se stessi, ma anche la comunità di cui si fa parte.
Non importa se ci sono giornate no. Se non ci fossero, non si capirebbero quelle che invece sono positive. L’importante è tentare sempre di farle andare per il verso giusto.
Il lavoro, benché oggi sembri essere una colpa, nobilita l’uomo.

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