Nell’incontro tenutosi tra gli amici del “Gruppo NMG Cesena e dintorni“, uno dei tanti temi toccati è stato quello sull’unicità e singolarità del sentito personale, non solo di fronte allo shock biologico, ma anche nelle diverse fasi che compongono il conseguente SBS.
È uscito vieppiù rafforzato il concetto dell’unicità di ogni persona e da lì la mia mente, sempre irrequieta e pronta a elaborare pensieri e idee, ha cominciato a mettere insieme alcuni concetti.

Tenete a mente questa frase: «Stando in piedi dentro un fiume, non ci si può bagnare due volte con la stessa acqua.»

Tralasciando l’unione di due persone (mamma e papà) che di per se sono uniche, nel momento del concepimento il prossimo individuo si trova a nascere in un momento energetico unico, sia cosmico che terrestre. Nasce in un momento storico unico, come unico è l’atto d’amore che viene compiuto per generarlo.
Questo nuovo essere umano si svilupperà nel ventre di una donna unica, con la sua storia, il suo vissuto; si svilupperà in un contesto psichico materno unico e nascerà in un giorno unico nei secoli dei secoli.
Il parto avverrà in un modo unico, con tempi e modalità senza pari e la luce che vedranno i suoi occhi sarà una luce unica, come unici saranno i suoni che udirà. Vivrà tutto questo in solitudine, unico e solo a viverlo.
Egli sarà unico per i suoi genitori, crescerà in un modo del tutto singolare e si formerà un carattere suo unico e vanterà caratteristiche del tutto uniche.
Vivrà i suoi conflitti a suo, e suo solo, modo e li risolverà nel modo che lui, solo lui, sarà in grado di adottare.
Farà della sua, una vita singolare, diversa da tutte le altre, prima e dopo di lui.
Morirà portando con se cose uniche, irripetibili e la morte prenderà con se’, in ultima analisi, un essere unico.

Cosa voglio dire con questo mio discorso?
Proseguite e lo saprete.

Biodiversità umana

Gli esseri umani sono molto simili tra loro. Le connotazioni strutturali ci rimandano un concetto di similitudine e di grossolana uguaglianza. In condizioni di normalità tutti hanno due braccia e due gambe, tutti si muovono, comunicano, piangono, ridono, provano gioia o dolore, ecc.
Ma non sono le parti grossolane di noi umani che ci fanno unici e preziosi; sono le sottigliezze derivanti dal vivere la vita, dalle esperienze uniche vissute e anche non vissute, dalle idee uniche.
La nostra singolarità deriva da ciò che non può essere misurato, quantificato o chiuso all’interno di valori rigidi e scientifici. L’uomo viene plasmato in continuazione non solo dal mondo esterno (simile per tutti), ma anche e soprattutto da quello interno che è unico.
Da un punto di vista scientifico l’uomo non è una entità scientificamente valutabile, tantomeno riproducibile e quindi l’uomo (ma anche ogni altro essere vivente) non è un possibile soggetto di studio scientifico.
Eppure l’uomo ricorre ai rigori della scienza non solo per spiegare se stesso, ma per cercare di modificare la propria stessa esistenza, nell’assurda, impossibile e innaturale convinzione, che gli uomini siano tutti uguali tra loro.
La biodiversità umana non è raffigurata solo dalle diverse etnie, ma soprattutto dalle singole vite vissute e dai singoli idee e pensieri.

Perché è importante la biodiversità umana?
Perché in se rende unica e sempre più ricca la vita globale del pianeta e ogni nuova vita che viene generata. Questo è, per me, l’essenza e la giustificazione di cotanta vita, a cui tutti dovremmo essere riconoscenti.

Il disastro dell’omologazione

Sperando di aver chiarito il concetto e l’importanza della biodiversità umana e non solo, mi accingo ad analizzare ciò che ritengo essere la vera morte della biodiversità: l’omologazione esperienziale.
Ovvero il tentare di costringere, od “invitare” gli uomini a vivere esperienze e vite simili o uguali, a esercitare il pensiero unico, a instillare l’opinione monotematica, a togliere o limitare il libero pensiero e il libero arbitrio.
L’omologazione è esattamente il contrario della biodiversità; l’esercizio sterilizzante nei riguardi di quanto la Natura ha portato avanti in un miliardo di anni, ovvero popolare questo pianeta di gioielli unici e preziosissimi.
L’omologazione umanoide viene perseguita con la televisione, con la politica, con il denaro, con le armi, con le guerre, con la tecnologia.

Menti omologate girano a milioni nel mondo e stranamente proprio laddove il “benessere” sembra più disponibile. Sono vite spente, gemme biologiche senza più luce interna che si addobbano di gioielli costosi e viaggiano su auto sfavillanti.
Sono vite che generano vite già finite.
Hanno barattato la propria preziosa unicità, in cambio di una abbuffata di materie e costumi omologati e tutti uguali.

Il costo di un omicidio

Ci sono molti modi per uccidere una persona, ma non è di tecniche di morte che voglio parlare, anzi.
Una persona può essere uccisa biologicamente (sparandogli, avvelenandola, strozzandola, ecc. ecc.) e umanamente.
Una persona muore umanamente quando le sia impedito di sviluppare e curare la propria singolarità. Quando la si vuol costringere a fare ciò che non vorrebbe, a non fare ciò che vorrebbe. Quando la si costringe a prendere posizione rispetto a qualcosa.
La persona muore umanamente quando le rimane solo la paura, quando non può pensare ad altro che ai propri bisogni primari; quando del suo essere venga tenuto conto solo della sua utilità per qualcosa o per qualcuno. Ma chi l’ha detto che l’uomo debba avere una utilità sfruttabile?

Oggi milioni di vite umane muoiono nella e di paura (paura della guerra, della fame, della violenza, della malattia, ecc.). Milioni di bimbi unici e preziosissimi muoiono mentre cercano protezione, mentre cercano acqua, cibo, mentre frugano tra i rifiuti. Toglierli da quelle condizioni è evitare che il pianeta muoia, che noi stessi moriamo.
Lasciare che le persone muoiano anzitempo, è un po’ morire tutti, perché quelle persone, con la loro unica e preziosa vita, avrebbero potuto rendere unica e preziosa la nostra stessa vita.
Ogni bimbo che muore oggi, è un piccolo, prezioso ed unico pezzo di futuro che viene a mancare.

Il valore della vita

Vi racconto un aneddoto che ho vissuto esercitando la mia professione.
Si trattava di un paziente anziano, ma vigoroso, uno di quegli uomini robusti, anziano ma forte, fiero e grande. L’avevamo operato di cataratta, un intervento banale ed in anestesia locale, della durata di pochi minuti. Alla fine del piccolo intervento, come al solito e per rinfrancare la persona dallo stress subito, posi la solita domanda :
“Come va? Tutto bene? Ha avuto paura?”
Lui, in piedi davanti a me rispose sorridendo:”Dopo quello che ho passato, non ho più paura.
Sono un uomo fortunato!”
Non potei fare a meno di chiedergli le ragioni della sua affermazione e lui lo raccontò. E forse non desiderava altro.

Verso la fine della guerra era stato fatto prigioniero dai nazisti e spedito in un campo di prigionia in Germania. Per sua stessa ammissione, disse che non se la passava tanto male ma, come capita a tutti gli uomini prigionieri, l’unico pensiero che lo guidava in ogni singolo giorno, era quello di cercare di fuggire per riconquistare la perduta libertà.
Un giorno se ne presentò l’occasione.
Un camion entrava tutti i giorni nel campo per portare prigionieri e materiale. Di solito, appena il camion varcava il cancello, questo veniva subito chiuso dalle guardie e quella era l’unica via per entrare e uscire dalla fortezza.
Quel giorno, per imprecisate ragioni, il cancello rimase aperto e le guardie che attorniavano il camion e che si trovavano sempre a ridosso del cancello, si trovavano invece dall’altra parte del camion, lasciando un varco incustodito. Per quell’uomo e i suoi compagni era l’occasione che attendevano da tempo e che, forse, non si sarebbe più verificata.
Il camion rimase fermo poco dopo il limite d’ingresso e l’angolo della baracca dove si trovavano i nostri eroi, non era tenuto d’occhio da nessuno dei soldati della fortezza.

Con un guizzo e grazie al vigore dei loro vent’anni, sgattaiolarono dietro al camion e guadagnarono l’uscita in un batter d’occhio, non visti e liberi finalmente di conquistare l’agognata libertà.
Uscirono dal campo interno e sapevano già che avrebbero dovuto raggiungere il muro di cinta. Lo fecero rasentando il muro alle loro spalle fino al punto in cui, dirimpetto, si trovava l’ingresso al lungo tunnel che li avrebbe portati fuori. Il tunnel era saltuariamente sorvegliato dai soldati, ma proprio in quel momento le guardie non c’erano.
Uno alla volta, i fuggiaschi lasciarono rapidamente il muro interno per imboccare il tunnel e percorrerlo fino alla vera e propria libertà.
Il nostro protagonista fu l’ultimo a doversi staccare dal muro interno, percorrere di corsa il breve tratto allo scoperto fino all’ingresso del tunnel e percorrerlo poi fino in fondo.

Percorse i pochi metri del tunnel, passo dopo passo, con il cuore in gola e appiccicato alla parete. Sapeva che se qualcosa fosse andato storto, per lui sarebbe stata la fine.
L’uscita si avvicinava sempre più e gli ultimi metri li percorse correndo.
Appena fuori dal tunnel, quando tutto sembrava diventare leggero e luminoso, una mano gli si appoggiò alla spalla!

Dinnanzi a noi, che lo ascoltavamo in silenzio, presi da un po’ di tensione, quell’uomo si commosse.
Ci disse del suo stato d’animo di uomo perduto, di colui che è consapevole della fine, di chi stava per soccombere alla crudeltà del destino fatale.
Lui credette, senza voltarsi a scoprire chi lo aveva fermato, che quelli sarebbero stati gli ultimi istanti della sua vita. Ma un sorriso dolce gli disse, in tedesco, che si era guadagnato la libertà e lo lasciò andare.

Come ha arricchito la mia vita questo racconto?
L’ha arricchita generando in me il seme della compassione, ovvero condividere un frammento di memoria, di sentimento, di vita, di paura e di salvezza. Ho condiviso con lui quello che ci rende umani, il tramandare la memoria con il valore, con i valori, racchiusi in essa.
Ho capito che la guerra, la costrizione, la paura, sono solo fatti deteriori, eventi che fanno morire, anche un po’ alla volta.
Il valore della vita è supremo. Va oltre ogni nostra immaginazione.
Pensare ad una sola vita che nasce ed una che muore, credo possa ingenerare in ognuno di noi un sentimento di ringraziamento:
per la vita che muore, perché ha donato la ricchezza della sua unicità;
per la vita che nasce, perché saprà custodire la nostra vera e sola ricchezza, l’essere vissuti da esseri unici.

Non rinunciate mai al vostro essere unici!