È dimostrato che le condizioni di stress determinano l’attivazione dell’asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene per il rilascio degli ormoni detti anche “ormoni dello stress”. Questi servono a supportare la reazione lotta/fuga.
Questa attivazione ha dei tempi ben precisi entro i quali devono succedere due cose: l’azione o il disinnesco.
Entrambi richiedono successivamente il riposo. Non è ovviabile questo; dopo la fuga o il combattimento è necessario il riposo, il relax, la ripresa. Anche se vengono disinnescati la minaccia o il pericolo, è necessario avere un riposo che possa rigenerare l’organismo.
Se questo non avviene succede che la persona si ammala e ancor prima di ammalarsi diventa inefficiente e incline all’errore.

In Sala Operatoria lo stress è forte anche in specialità più…diciamo così…leggere. Attualmente nella sala chirurgica lo stress è sopportato da pochi ed è in grado di alterare le persone. Le pretese sono troppe, le attenzioni richieste sono esagerate, i rapporti interumani sono pressoché finalizzati ad evitare che il primario si incazzi.
Gli operatori infermieristici, di cui faccio parte e a meno di smentite, sentono per lo più di essere visti agli occhi primariali come degli sfaticati e incompetenti, ancor prima di iniziare a lavorare, solo successivamente devono dimostrare che non è così.
In parole più semplici: «Si è di base degli incompetenti fannulloni e si deve fare di tutto per dimostrare, ogni giorno, che non è così.».
Ci sono persone che ce la fanno o che fanno finta di nulla. Ci sono persone che non ce la fanno e ce ne sono di altre che si ammalano o che scappano via.

Io mi chiedo: «È proprio necessario un ambiente del genere?»
Sinceramente comincio ad essere stanco di questa isteria prestazionale. Sono irritato da questo campionato delle vicendevoli rotture di coglioni, in virtù delle quali mi sento sempre giudicato, valutato, pressato. Per fare poi cosa? Per raggiungere quale traguardo? Per ottenere quale gratifica? E non parlo solo di denaro, anzi, il denaro non è mai stata la mia principale finalità professionale.
Io chiedo: «È possibile o no, lavorare in santa pace?»
Riconoscimenti e incentivi non ce ne sono. Se si fanno tante cose e bene – che è per il 99% delle volte – ci si passa sopra. Quell’1% di cose fatte non bene, è sufficiente per far marcire tutto il resto. È giusto? È gratificante? Ha un qualche valore motivazionale?

Sono stanco, ma non mi arrendo. La mia stanchezza (dovuta ad anni di surrenali spremute e buco del culo stretto) non è data dalla quantità di lavoro svolto, non solo almeno, ma da una competitività insulsa, ingiusta, immotivata, merito della deleteria, ignobile, pericolosa aziendalizzazione.
Non si può tentare di ridare la salute agli altri, sacrificando la propria!

Stress lavoro correlato

Tratto da: http://www.stress-lavoro.org/

La parola stress, la cui definizione si ricava dal Latino strictus e che significa “legare, stringere”, ha generalmente una connotazione negativa nell’immaginario collettivo. L’idea che tale parola evoca è infatti quella di qualcosa di fastidioso, nocivo, ha pertanto una connotazione intrinseca negativa assimilabile a quella che parole come ansia, tensione e malessere diffuso evocano.
Anche in settori che nulla hanno a che vedere con la Sicurezza sul lavoro viene utilizzata questa parola con, tuttavia, accezioni molto simili. Con stress, infatti, nel campo della Fisica si intende indicare il fatto che alcuni metalli vengono sottoposti a “prova di resistenza”.

La prima volta che fu utilizzato il termine stress fu in campo medico scientifico dallo studioso H. Selye. Nel lontano 1936 il fisiologo utilizzò il termine stress all’interno di una Ricerca come sinonimo di “risposta” di alcuni organismi dopo essere stati sottoposti alla somministrazione di sostanze pericolose.
Di per sé, quindi, il termine “stress” non indica necessariamente qualcosa di negativo ma, invece, la “naturale” risposta di un organismo messo dinnanzi a una fonte di pressione.
Pertanto con stress lavoro correlato si intende quella situazione che, solo in ambito lavorativo (non già personale), richiede al lavoratore la capacità di affrontare un evento particolare come può essere la gestione quotidiana degli impegni lavorativi, il relazionarsi con i propri colleghi ecc.

Tra le cause più frequenti che determinano l’insorgenza dello stress correlato al lavoro e che necessitano di valutazione:

  • incapacità di comunicazione da parte del management
  • ricoprire un ruolo inadatto alle proprie capacità e inclinazioni
  • lavorare in un ambiente dove le attrezzature risultano non idonee
  • il mobbing
  • eccessiva focalizzazione dell’Azienda solo sugli obiettivi da raggiungere

Esistono alcuni sintomi di stress lavoro correlato che tuttavia, vista la loro genericità, è opportuno siano verificati e monitorati da personale preparato.

Effetti dello stress sui lavoratori

Gli effetti dello stress lavoro correlato sui lavoratori possono essere di diversa entità, dipende dal livello di stress al quale sono sottoposti e dalla durata di questa condizione.
La definizione di stress se applicata all’ambito lavorativo non è di per sé negativa, la differenza è data da quanto tempo nel quale il lavoratore è sottoposto a una condizione di stress.

In generale possiamo dire che tra gli effetti prodotti sui lavoratori, i più frequenti sono: errori di disattenzione, infortuni, assenteismo, problemi disciplinari.
Tutti questi effetti hanno delle ricadute in ambito lavorativo che si ripercuotono negativamente sulla produttività dell’azienda.

Di seguito due esempi di effetti da stress lavoro correlato in base alla fonte di stress:

  • Se la fonte dello stress è un ambiente lavorativo ostile e non gratificante, gli effetti dello stress correlato al lavoro sono un aumento dell’assenteismo, problemi disciplinari e conflitti interni
  • Se la fonte dello stress è la scarsa valorizzazione del lavoratore, gli effetti dello stress lavoro correlato sono per il lavoratore maggiormente legati alla propria salute psico-fisica, quindi problemi digestivi e/o disturbi cardio-circolatori.

I sopra esposti esempi di effetti prodotti dallo stress lavoro correlato sono da intendersi molto generici, la valutazione del rischio stress lavoro correlato è un obbligo previsto dalla Legge che deve essere effettuato da personale specializzato come il medico competente.
Nello specifico è proprio l’art. 29 del D lgs 81/08 a definire che “Il datore di lavoro effettua la valutazione ed elabora il documento, in collaborazione con il responsabile del servizio di prevenzione ed il medico competente“.

Lo stress lavoro correlato viene disciplinato in Italia da un’ampia normativa.
Prima il D lgs 626/94 che attesta la condizione di assenza di rischio o di rischio accettabile.
Nel 2002 l’articolo 4 del D lgs viene modificato e si determina che la valutazione deve riguardare tutti i rischi.
Con il Decreto legislativo n.81/2008 si stabilisce definitivamente che anche lo stress lavoro correlato deve essere sottoposto a “valutazione” come rischio.
In sostanza viene introdotto, in tal modo, il concetto di gestione del rischio anche per lo stress correlato al lavoro.

Dall’elenco seguente puoi scaricare liberamente o consultare online la legge sullo stress lavoro correlato in Italia:

Quali sono i principali sintomi di stress da lavoro?

Tra i più generici sintomi dovuti a condizioni di stress da lavoro troviamo, oltre a un diffuso malessere psicofisico, stanchezza, dolori muscolari, calo delle difese immunitarie quindi maggiore propensione ad ammalarsi, iperattività, depressione e ansia, irritabilità, problemi all’apparato digerente, incapacità di esprimersi correttamente.

Indicatori stress lavoro correlato

Individuare i sintomi di stress da lavoro è una delle forme di prevenzione in materia di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro.
I sintomi dello stress correlato al lavoro non sono esattamente circoscrivibili perché potrebbero essere confusi con altri sintomi non strettamente inerenti l’attività lavorativa, per questo motivo è sempre necessario avvalersi di figure professionali come il medico competente per l’individuazione dei sintomi e indicatori di stress.

Quali sono le fonti di stress sui luoghi di lavoro?

I sintomi da stress lavoro correlato possono essere causati da diverse fonti di stress.
Le fonti di stress negli ambienti di lavoro sono riconducibili a due categorie: quella inerente il contesto lavorativo e quella inerente, invece, le attività di lavoro.
In entrambi i sintomi sono i medesimi ma quel che può variare è il rischio di incidente lavorativo anche grave.
Si prenda, per esempio, una situazione di stress in un contesto lavorativo dove vengono utilizzati macchinari il cui uso deve essere attento e scrupoloso.
Un lavoratore che a causa dello stress perde la concentrazione e l’attenzione rischia seriamente di mettere a repentaglio la propria incolumità fisica o addirittura la propria vita.

Effetti sulle Aziende

Gli effetti stress lavoro correlato si ripercuotono anche sulle Aziende, o meglio, sulla produttività aziendale, pertanto “pensare” allo stress lavoro correlato come a un problema solo del lavoratore è un errore che può costare caro sia in termini economici sia in termini legali, visto, per altro, che la legge dispone anche delle sanzioni (civili e penali Dlgs 81/2008) per i datori di lavoro inadempienti.

Il frequente assenteismo, per esempio, determina inevitabilmente un calo della produttività aziendale, ma anche da un punto di vista qualitativo l’Azienda subisce un arresto.
Come sappiamo, infatti, tra gli effetti dello stress lavoro correlato sui lavoratori vi è anche quello della disattenzione.
Tale effetto correlato allo stress in ambito lavorativo porta il lavoratore a compiere una serie di errori, più o meno gravi.

Gli errori richiedono un rimedio.
Il rimedio richiede un ulteriore impiego di tempo e risorse.

Di fatto, quindi, la valutazione del rischio stress lavoro correlato, oltre a essere un obbligo, è un vera e propria opportunità per le Aziende.
Attraverso la valutazione del rischio stress le Aziende possono comprendere su quale settore e/o ambito intervenire per prevenire eventuali situazioni di stress con notevole risparmio di tempo e denaro.

Stress lavoro correlato, il valore dei questionari

Come tutte le check list o qualsiasi questionario, anche il Test stress lavoro correlato non può essere personalizzato ma deve, necessariamente, essere generico e richiedere domande a titolo indicativo.
O meglio, il test stress lavoro correlato, il questionario, il software non possono e non devono essere l’unica forma di valutazione del rischio.
I lavoratori, quindi le persone, sono tutte diverse le une dalle altre, sono pertanto diversi anche i modi di percepire il proprio stato psico-fisico.
Un’attenta valutazione del rischio stress da lavoro deve prendere in considerazione le numerose variabili dell’essere umano che un semplice questionario, per la natura stessa dello strumento, non è in grado di considerare.

Il test stress lavoro correlato pone alcune domande inerenti:

  • la soddisfazione personale sul luogo di lavoro
  • la percezione di stress correlato all’attività lavorativa
  • la percezione di stress correlato all’ambiente lavorativo
  • la percezione di stress correlato ai rapporti di lavoro

In generale possiamo dire che i test di valutazione e i questionari sullo stress lavoro correlato hanno come obiettivo quello di valutare il livello di stress organizzando le domande in base alle sfere: emozionali, di intelletto, fisica.
Quel che è possibile dire è che l’utilizzo del mero strumento della check list non consente di verificare fino in fondo se lo stress del lavoratore sia effettivamente correlato al lavoro o, per esempio, non sia anche dipendente da problemi personali extra-lavorativi.
In merito al fatto se i questionari sullo stress da lavoro correlato siano uno strumento efficace a disposizione del medico di lavoro è bene sottolineare che, sebbene checklist , test e questionari forniscano una lettura degli indicazioni oggetti di rischio da considerare, da soli non sono sufficienti.
E’ necessario, infatti, avvalersi di consulenti formati specificatamente in tal senso.

Sanzioni omessa valutazione del rischio

Dopo l’entrata in vigore dell’obbligo di valutazione dello stress lavoro correlato nel DVR è necessario che il datore di lavoro sia a conoscenza non solo degli obblighi in relazione allo stressa da lavoro ma anche delle eventuali sanzioni a cui si va incontro in caso di illecito e soprattutto è necessario chiarire cosa esattamente è dichiarato illegale nell’ambito della valutazione dello stress nei luoghi di lavoro.

Come prima cosa l’omissione stessa della valutazione dello stress nella compilazione del DVR comporta il rischio del pagamento di una sanzione che va da un minimo di 2,500 euro fino ad un massimo di 6,400. Nei casi più gravi è previsto l’arresto da 3 a 6 mesi. Una sanzione del genere viene applicata anche nei casi in cui la redazione del Documento di valutazione dei rischi da stress avviene ma senza l’effettiva presenza del RSPP e del medico competente.

La redazione di un DVR incompleto, dove mancano le opportune misure di prevenzione necessarie o il programma delle varie procedure da mettere in atto e dove non sono riportati i riferimenti dei ruoli all’interno dell’organizzazione che hanno il dovere di provvedere alla redazione del DVR stesso, secondo quanto previsto dall’art.28, comma 2 lett. b,c, d, del Dlgs n. 81/2008. Nel caso in cui ad un controllo nel documento di valutazione dei rischi dovessero presentarsi tali mancanze è prevista una sanzione che ammonta ad una cifra compresa tra i 2,000 ed i 4,000 euro.

Altro possibile caso di sanzione sullo stress lavoro correlato è l’assenza nel DVR della relazione dove per legge è obbligatorio riportare quali sono stati i criteri di valutazione utilizzati nell’analisi della valutazione del rischio stress lavoro correlato e quali sono le mansioni che possono esporre i lavoratori al rischio di stress. In questo caso secondo quanto riportato dall’ art. 55 comma 4, del Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro la pena prevista è un’ammenda che oscilla tra i 1,000 ed i 2,000 euro in base alla gravità della mancanza.

Infine anche la mancata consultazione dell’RLS (Rappresentante dei Lavoratori per la Sicurezza) nella redazione del Documento di valutazione del rischio stress può essere motivo di sanzione, l’art.29, comma 2 del Dlgs n. 81/2008 prevede una sanzione economica da euro 2.000 a 4.000.

Corsi di formazione stress da lavoro

La formazione, in qualunque settore, è uno degli strumenti essenziali.
Dalla scuola, all’Università, ai master o ai seminari, la formazione ci rende persone consapevoli e quindi libere. Nel settore della Sicurezza sul Lavoro questo è ancor più vero.
Un corso di formazione sullo stress lavoro correlato consente di poter riconoscere i sintomi dello stress lavoro correlato e valutare i rischi.
Lavoratori e datori di lavoro informati e formati sulle tematiche inerenti lo stress lavoro correlato sono in grado di comprendere eventuali fattori e fonti di rischi che potrebbero nuocere alla salute psicofisica.

I corsi di formazione online sullo stress lavoro correlato proposti da PMI Servizi sono relativi a:

  • formazione stress lavoro correlato per lavoratori e datori di lavoro
  • formazione stress lavoro correlato per professionisti

I corsi, riconosciuti dalla Legge pertanto validi a tutti gli effetti, possono essere seguiti online in tutta comodità, dal proprio ufficio o dalla propria abitazione.

Corso stress

Registrati gratis al corso

Per la registrazione gratuita al corso online sullo stress lavoro correlato. Trascorse le ore previste per la formazione l’utente dovrà superare un test di valutazione per ottenere l’attestato. Il tutor sarà a disposizione del candidato in qualsiasi momento. Qualora il candidato non riuscisse a superare il test di valutazione riceverà assistenza immediata dal tutor e potrà riprovare ad eseguire il test dopo 24H.

Accedi al corso

Una volta effettuata la registrazione gratuita, il candidato potrà visualizzare il materiale didattico inerente lo stress lavoro correlato effettuando l’accesso al corso, sempre a disposizione in qualsiasi orario ed in qualsiasi luogo ci sia una connessione internet.

Effetti a lungo termine dello stress lavorativo: Il Burn Out

Abbiamo già visto, sinteticamente, gli effetti a breve termine dello stress; se le condizioni stressanti permangono a lungo termine possono sfociare nel Burnout (Stress Lavorativo Cronico), sindrome caratteristica delle professioni d’aiuto.

Effetti dello stress nel soccorritore

Effetti a breve termine

  • Disturbo Acuto da Stress (ASD)
  • Disturbo Post -Traumatico da Stress(PTSD)

si caratterizzano per: a) pensieri intrusivi, b) evitamento / ottundimento, c) iperarousal.

  1. PENSIERI INTRUSIVI
    Le manifestazioni più frequenti sono:

    • Ricordi spiacevoli ricorrenti,con immagini e pensieri
    • Sogni ricorrenti relativi a episodi spiacevoli
    • Sentire, percepire, agire come se l’evento si stesse ripresentando
    • Intenso disagio psichico o reattività fisiche in presenza di fattori scatenanti interni o esterni che richiamano l’evento traumatico
  2. EVITAMENTO / OTTUNDIMENTO
    I disturbi più frequenti sono:

    • Sforzi per evitare pensieri, sensazioni, conversazioni collegate al trauma
    • Sforzi per evitare attività, luoghi o persone che evocano ricordi del trauma
    • Incapacità di ricordare qualche aspetto importante del trauma
    • Riduzione marcata dell’interesse o della partecipazione ad attività significative
    • Sentimenti di distacco o di estraneità verso gli altri
    • Affettività ridotta
    • Sentimenti di ridimensionamento delle prospettive future.
  3. IPERATTIVAZIONE / IPERAROUSAL
    I disturbi più comuni sono:

    • Difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno
    • Irritabilità o scoppi di collera
    • Difficoltà di concentrazione
    • Ipervigilanza
    • Esagerate risposte di allarme

Effetti a lungo termine
Stress lavorativo cronico

BURNOUT

Sindrome di esaurimento emozionale, di spersonalizzazione e di riduzione delle capacità personali che può presentarsi in soggetti i quali, per professione, “si occupano della gente”
Maslach, 1992
Insuccesso nel processo di adattamento, accompagnato da un malfunzionamento cronico
Schaufeli, Maslach e Marek, 1993

Cause del burnout

  • Sovraccarico di lavoro
  • Mancanza di controllo
  • Gratificazione insufficiente
  • Crollo del senso di appartenenza comunitario
  • Assenza di equità
  • Valori contrastanti

Con il termine Burnout (scoppiato, bruciato, che non ha più nulla da dare) si indica oltre che una sindrome, un processo che si sviluppa progressivamente attraverso tre diverse fasi:

  1. Esaurimento emotivo
  2. Depersonalizzazione
  3. Fallimento professionale
  1. Esaurimento emotivo:
    si caratterizza per la mancanza dell’energia necessaria per affrontare la realtà quotidiana e per la prevalenza di sentimenti di apatia e distacco emotivo,nei confronti del lavoro,il soggetto si sente svuotato,sfinito,le sue risorse emozionali sono esaurite
  2. Depersonalizzazione:
    con questo termine si indica l’insorgere di un atteggiamento di distacco ed ostilità che caratterizza la relazione con l’utente. Le persone, quelle stesse con cui aveva condiviso dolore e disagio, diventano “cose” (depersonalizzazione) da cui è bene prendere le distanze. Freddezza, distacco, ostilità, verso l’utente, sono sempre più evidenti
  3. Fallimento professionale:
    La consapevolezza del disinteresse e dell’intolleranza verso la sofferenza degli altri suscita un senso di fallimento professionale e di inadeguatezza per il lavoro svolto, oltre a pesanti sensi di colpa per le proprie modalità relazionali impersonali e disumanizzate.

… quando c’è burnout la relazione con l’utenza perde la natura di relazione di aiuto e diviene una relazione di “servizio” e ciò comporta:

  • La perdita dei sentimenti positivi verso l’utente e la professione
  • La perdita della motivazione, dell’entusiasmo, e del senso di responsabilità
  • L’utilizzo di un modello lavorativo stereotipato con procedure standardizzate e rigide
  • L’evitamento di visite, relazioni e telefonate
  • L’indifferenza verso la sofferenza,l’evitamento delle discussioni, e difficoltà ad attivare processi di cambiamento.

La lotta al burnout; livelli di intervento:

  • individuale
  • sociale
  • istituzionale

Azioni possibili a livello individuale:

  • Porsi degli obiettivi realistici
  • variare la routine
  • fare delle pause
  • prevenire il coinvolgimento eccessivo nei problemi della vittima
  • favorire il benessere psicologico e bilanciare frustrazione e gratificazione
  • applicare tecniche di rilassamento fisico e mentale
  • separare lavoro e vita privata, per evitare la propagazione del malessere nella vita familiare.

Azioni possibili a livello sociale:

  • rafforzamento della relazione con amici e familiari allo scopo di compensare i sentimenti di fallimento e frustrazione legati alla vita lavorativa, volontariato,ecc.
  • rafforzamento delle relazioni positive con altri soccorritori da cui possono derivare riscontri positivi,sostegno,utili confronti.

Azioni possibili a livello istituzionale:

  • incontri con il personale dei diversi livelli per fluidificare i rapporti e risolvere le conflittualità
  • riorganizzazione del lavoro per renderlo più vario ed interessante
  • promuovere il confronto tra le aspettative delle vittime e gli obiettivi del servizio, per evitare equivoci.

Interventi professionali
A) Prevenire l’automedicazione (sigarette, dolci, farmaci, alcool, cibo,droghe,ecc..)
B) Promuovere il trattamento del Burnout attraverso le terapie offerte sia nel contesto pubblico sia nel privato e, tramite Defusing e/o Debriefing.

  1. Prevenire il burnout
    • Promuovere la riduzione delle tensioni emotive legate al lavoro di aiuto
    • Prevenire la visione negativa- spersonalizzata dell’utente
    • Valorizzare le situazioni che comportano lo sviluppo dell’autostima ed il senso di autorealizzazione.
  2. Alcune tecniche utili:
    • Defusing e Debriefing: Tecniche individuali e collettive che facilitano l’esternazione,il confronto,la comprensione e la normalizzazione, in un contesto informale e solidale.

Il Mobbing

Il Mobbing

Il mobbing è un insieme di comportamenti violenti perpetrati da parte di superiori e/o colleghi nei confronti di un lavoratore, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso.

Il mobbing consiste in un insieme di comportamenti violenti perpetrati da parte di superiori e/o colleghi nei confronti di un lavoratore, prolungato nel tempo e lesivo della dignità personale e professionale nonché della salute psicofisica dello stesso.

Il termine mobbing deriva dall’inglese “to mob”, che significa una “folla grande e disordinata”, soprattutto “dedita al vandalismo e alle sommosse”. Il termine venne usato per la primo volta negli anni settanta dall’etologo Lorenz per descrivere un particolare comportamento di alcune specie animali che circondano in gruppo un proprio simile e lo assalgono rumorosamente per allontanarlo dal branco.

La pratica del mobbing sul posto di lavoro, consiste nel vessare il dipendente o il collega di lavoro con diversi metodi di violenza psicologica o addirittura fisica, con il fine di indurre la vittima ad abbandonare il posto di lavoro, anziché ricorrere al licenziamento. Sono esempi di mobbing lo svuotamento delle mansioni tale da rendere umiliante il prosieguo del lavoro, i continui rimproveri e richiami espressi in privato ed in pubblico anche per banalità, l’esercizio esasperato ed eccessivo di forme di controllo, oppure l’esclusione reiterata del lavoratore rispetto ad iniziative formative, di riqualificazione e aggiornamento professionale, la mancata assegnazione dei compiti lavorativi, con inattività forzata o, l’interrompere o impedire il flusso di informazioni necessari per l’attività (chiusura della casella di posta elettronica, restrizioni sull’accesso a internet).

Per poter parlare di mobbing, l’attività persecutoria deve durare più di 6 mesi e deve essere funzionale alla espulsione del lavoratore, nonché causa di una serie di ripercussioni psico-fisiche che spesso sfociano in specifiche malattie (disturbo da disadattamento lavorativo, disturbo post-traumatico da stress) ad andamento cronico.

Esistono diversi tipi di mobbing:

  • Mobbing dal basso o down-up: Il mobber è in una posizione inferiore rispetto a quella della vittima. Accade quando l’autorità di un capo viene messa in discussione da uno o più sottoposti, in una sorta di ammutinamento professionale generalizzato. I casi di mobbing dal basso sono comunque abbastanza rari, in Italia la percentuale è minore del 10%.
  • Mobbing gerarchico: Il mobber è in una posizione superiore rispetto alla vittima: un dirigente, un capo reparto, un capufficio, un primario. Questo tipo di mobbing comprende tutti quegli atteggiamenti riconducibili alla tematica dell’abuso di potere, cioè dell’uso eccessivo, arbitrario o illecito del potere che un ruolo professionale implica.
  • Bossing o mobbing strategico: l’attività è condotta da un superiore al fine di constringere alle dimissioni un dipendente in particolare, ad es. perché antipatico, poco competente o poco produttivo; in questo caso, le attività di mobbing possono estendersi anche ai colleghi, che preferiscono assecondare il superiore, o quantomeno non prendere le difese della vittima, per non inimicarsi il capo. È prassi frequente nelle imprese che hanno subito ristrutturazioni, fusioni, cambiamenti che abbiano comportato un esubero di personale difficile da licenziare.
  • Mobbing orizzontale: è quello praticato da parte dei colleghi verso un lavoratore non integrato nell’organizzazione lavorativa per motivi d’incompatibilità ambientale o caratteriale, ad es. per motivi etnici, religiosi, sessuali etc.

Questo odioso fenomeno del mobbing, può rappresentare per la vittima un grave problema, non solo lavorativo ma anche sociale e familiare e, soprattutto può avere gravi ripercussioni sulla salute: la patologia psichiatrica più frequentemente associata al mobbing è il disturbo dell’adattamento; esso si compone di una variegata sintomatologia ansioso-depressiva come reazione all’evento stressogeno.
Fra le conseguenze rientrano la perdita d’autostima, depressione, insonnia, isolamento. Inoltre il mobbing è causa di cefalea, annebbiamenti della vista, tremore, tachicardia, sudorazione fredda, gastrite, dermatosi. Le conseguenze maggiori sono i disturbi della socialità: nevrosi, depressione, isolamento sociale e, suicidio in un numero non trascurabile di casi.

In Italia il numero di vittime del mobbing è stimato intorno a 1 milione e 200 mila, con prevalenza tra i quadri e i dirigenti, più che altro nel settore pubblico e in quello dei servizi. Negli ultimi dieci anni i casi di mobbing denunciati hanno avuto un incremento esponenziale. Non dimentichiamo poi che proprio per i suoi effetti, il mobbing ha un forte costo sociale, stimato in circa il 190% superiore al salario annuo lordo di un dipendente non mobbizzato.

Attualmente in Italia non esiste una legge anti-mobbing, pertanto non è configurato come specifico reato a sé stante. Per quanto riguarda l’Europa, esiste una risoluzione del Parlamento europeo sul mobbing sul posto di lavoro (2001/2339) che rappresenta uno dei primi riferimenti normativi in materia; tuttavia il nostro Stato non si è ancora adeguato a tale risoluzione, non essendo ad essa seguita una direttiva che imponga ai paesi membri una legiferazione sul mobbing.
Vi sono comunque delle norme nel nostro ordinamento che ci aiutano nella lotta al mobbing; una prima norma, che riguarda i diritti sacrosanti dell’uomo e assurge a rango di principio costituzionale (pertanto inviolabile) è rappresentata dall’art. 32 Costituzione che afferma: “la salute è un diritto dell’individuo e della collettività”; ad essa va affiancato il principio stabilito dall’art 40 Cost. secondo il quale “l’iniziativa economica privata è libera, non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Dal punto di vista civilistico l’art. 2087 c.c. impone al datore di lavoro “di adottare le misure necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori”; tale obbligo, fa si che il datore di lavoro possa essere chiamato a risarcire il danno sia al patrimonio professionale (c.d. danno da dequalificazione), sia alla personalità morale e alla salute latamente intesa (cosiddetto danno biologico e neurobiologico) subito dal lavoratore.
Vi sono poi una infinità di sentenze della Cassazione in tema di diritto del lavoro che riaffermano l’illegittimità del comportamento del datore di lavoro atto a sminuire e ledere l’integrità psico-fisica del lavoratore e l’obbligo per lo stesso, di risarcire i danni. Non dimentichiamoci poi i principi stabiliti dallo Statuto dei lavoratori (L.300/70):

  • art.9 tutela della salute e dell’integrità fisica;
  • art.13 al dipendente non possono essere date mansioni di livello professionale inferiore a quello d’inquadramento;
  • art.15 divieto di atti discriminatori per motivi politici o religiosi;
  • art.18 reintegrazione nel posto di lavoro in caso di ingiusto licenziamento.

Più problematica è la tutela penale del mobbing, non essendoci nel nostro ordinamento, norme che sanzionano atteggiamenti di vessazione morale o di dequalificazione professionale in quanto tali. Proprio le difficoltà che l’interprete incontra nell’individuare, nell’attuale normativa, un’efficace tutela penale a favore della vittima di mobbing, hanno determinato il proliferare di nuove proposte anche in sede legislativa (tutte giacenti in Parlamento).
Allo stato attuale, fino a che non si dimostri in modo inequivocabile che il lavoratore mobbizzato si sia ammalato di mobbing, la tutela in ambito penalistico(vale a dire la tutela nell’ambito delle lesioni) non ha concreta praticabilità.
Nell’ipotesi (non rara) in cui si verifichi una lesione psico fisica da mobbing, quale è la norma penale di riferimento?

E’ importante, in primis accertare il nesso tra mobbing e danneggiamento della salute; successivamente bisogna accertare se la volontà del soggetto agente (il datore di lavoro o il collega) sia frutto di un dolo (ossia coscienza e volontà della condotta e dell’evento offensivo) o di una colpa (ossia sulla coscienza e volontà della condotta ma non dell’evento, che si realizza invece per negligenza, imprudenza, imperizia o violazione di leggi, regolamenti, ordini o discipline specifiche).

Trasportando questi principi (che poi sono i principi cardine del diritto penale) in tema di mobbing, dobbiamo chiederci: la compromissione dell’integrità psicofisica del lavoratore è riconducibile ad una condotta colposa del datore di lavoro, ovvero ad una condotta dolosa, intenzionalmente e consapevolmente orientata a produrre quel danno in capo al prestatore di lavoro?
Pertanto il mobbing potrà sfociare in reati quali ingiuria (offesa all’onore e al decoro) o di diffamazione (offesa della reputazione pubblica) previsti dal codice penale e sanzionati come delitti contro l’onore, ma anche in reati di lesione a seconda degli effetti che tali azioni hanno sull’individuo che le subisce: gli abusi lavorativi vengono di fatto equiparati a lesioni personali colpose. Possono giungere addirittura ad integrare ipotesi di omicidio colposo (art.589 c.p.) quando il datore di lavoro determini o rafforzi per colpa nel lavoratore mobbizzato, con la sua condotta reiteratamente vessatoria e/o ingiustificatamente discriminatoria e di emarginazione, una propensione suicidiaria, o reati di molestia e così via.

Il discorso sul mobbing sarebbe ancora molto lungo e complesso per le sue implicazioni non solo legali ma anche e soprattutto sociali e familiari. Proprio per questo sarebbe necessario e urgente che il nostro Parlamento si decidesse a legiferare su un tema di così forte attualità e gravità. Nel frattempo non dimentichiamo che noi abbiamo un’arma molto forte che è quella della DENUNCIA.
Denunciare vuol dire far conoscere a tutti un problema e renderli partecipi; si può denunciare un fatto all’Autorità Giudiziaria (e questo è un conto) ma la denuncia può essere fatta anche con altri mezzi, ad esempio con una pubblicazione su un giornale, attraverso i sindacati, nelle riunioni aziendali, con un volantino appeso in bacheca etc etc.

L’importante è rompere il muro di omertà che fa sentire forte il datore di lavoro che ricorre al mobbing e, dall’altro riduce la vittima ad un essere piccolo piccolo, pieno di vergogna o peggio, di terrore e incapace di reagire. Denunciare il mobbing, non è sempre facile perché si ha paura di perdere il posto di lavoro, o di essere derisi e umiliati ancor più del normale; ma deve essere fatto!

Parlare di mobbing serve alla vittima a “liberarsi” ma serve anche alla collettività, serve a dare coraggio a chi, nella stessa situazione preferisce tacere e sopportare, piuttosto che intraprendere una battaglia con il capo; serve come esempio per tutti e soprattutto come monito a molti dei datori di lavoro che credono di poter disporre dei propri dipendenti come fossero oggetti da spostare qua e la.

Siamo uomini e come tali, nati liberi e con una dignità, che nessuno e per nessun motivo deve mai negarci!

L'Arte di aiutare l'Arte

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