La mia automobile si è rotta.
Poteva capitare. È vecchia (del 1996) e gli acciacchi sono più una probabilità che una possibilità.
Da molti anni ricorro all’aiuto di un anziano – ma molto giovanile – meccanico che ha l’età di mio padre, o giù di li, 77 circa.
È una persona straordinaria ed un amico che mi fa sempre ridere, oltre che far bene il proprio lavoro. Ha una sensibilità particolare nel riconoscere al volo il problema meccanico e nel giro di una manciata di secondi sa dire con precisione cosa si è guastato e cosa c’è da fare. La sua esperienza non lo tradisce mai. Quei capelli che ha sul capo, valgono come l’argento che li colora.

Ecco appunto, l’esperienza.
Il mio timore è che un giorno dovrà smettere di lavorare ed io dovrò trovarmi un altro meccanico esperto e bravo come lui. Potrò rivolgermi solo alle grandi officine, dove non ci sarà mai il rapporto amichevole e quella onestà di fondo che c’è tra persone fuori dai megalomani meccanismi economici.
Gli ho chiesto se non fosse il caso di tramandare le sue conoscenze affinché non vadano perse.
Lui, molto seriamente, con occhio grave e un po’ di rassegnazione, mi ha risposto che non può tramandare quello che sa perché…
…solo per mettere l’officina a norma di legge, gli ci vorrebbero decine di migliaia di euro, eppure lui ci lavora dagli anni ’50 senza mai essere rimasto mutilato o ucciso.
Le norme antiinfortunio hanno raggiunto un tale grado di sofisticazione e costo, da non poter più essere sostenute da una officina a conduzione di privato cittadino. Certe cose se le possono permettere solo le catene di officine con imperi economici alle spalle.
Prendersi in casa un operaio, con l’attuale costo del lavoro, significa rovinarsi economicamente.
Insomma, quando lui smetterà di lavorare, la sua esperienza e tutte le sue conoscenze tecniche – acquisite dalla fine degli anni ’40 – «si perderanno come lacrime nella pioggia».

Le norme vanno rispettate, è vero. La sicurezza sul posto di lavoro deve essere garantita, ma io mi chiedo se non ci sia qualcosa da cambiare in quelle norme, che non smentiscano in modo oltraggioso il primo articolo della Costituzione italiana, che dice che l’italia è una repubblica fondata sul lavoro. Costringere le piccolissime aziende a chiudere per eccesso di norme e per costi di applicazione insostenibili, non è basare la nazione sul lavoro, ma sulla perdita del lavoro.
Io credo che il buon senso suggerisca che l’imprenditorialità di piccole dimensioni vada protetta proprio perché l’impresa locale offre servizi e lavoro che la sola grande azienda non può fornire a tutti dappertutto.
E invece le cose vanno alla rovescia. Si estingue il piccolo datore di lavoro, per generare mostri imprenditoriali che schiavizzano la gente.

Questa corsa a stritolare il piccolo imprenditore, ha ucciso l’italia e ha buttato nel cesso esperienza e conoscenza. Ma sono argomenti che ben conosciamo.
Peccato!