Ho rivisto con piacere un film che si potrebbe classificare come “Commedia leggera all’italiana”. Un film del 1984, il mitico 1984.
All’epoca era poco più che un film Trash, con Renato Pozzetto e il titolo era “Il Ragazzo di campagna“.
Rivederlo 30 anni dopo, mi ha tolto un po’ di quei sorrisi che mi aveva regalato all’epoca in cui uscì. È un film dove si assiste, in tono scherzoso, al tramonto dell’essere umano…umano.

Non voglio apparire come quello che fa paragoni e abbinamenti misteriosi e complottisti, ma il 1984 è un anno particolare. George Orwell scrisse un romanzo nel 1948 e il titolo era proprio “1984” (l’autore ribaltò le ultime due lettere dell’anno in cui scrisse il romanzo). Nell’opera si parlava di Grande Fratello, di uniformismo, di conformismo, di obbedienza e di perdita di identità.

Nel 1984 uscì “Il Ragazzo di campagna” e in questo film fanno la comparsa alcune “cose”:

  1. l’inneggiare alla velocità e all’efficienza
  2. la cessazione dei rapporti disinteressati interumani
  3. il primeggiare della carriera, ancor prima della persona
  4. il regnare del dio denaro
  5. il mito della metropoli

L’attrice ()all’epoca solo bella, ma dalle scarse doti recitative) corre in continuazione, non ha mai tempo, guarda in continuazione l’orologio e la sua vita è scandita dagli orari e dagli impegni.
Nella “Milano da bere” di quegli anni, imperversavano gli Yuppies. Bisognava essere celeri, furbi, programmati, fittizi, ma frettolosi. Correre era all’epoca, la chiave del successo. Abbiamo poi scoperto come sia diventata la chiave delle catene che ci rendono schiavi di un mondo spietato e cattivo.

Nel film i rapporti tra persone sono prevalentemente improntati all’utilità per qualcosa o qualcuno. L’Amore non è utile e viene scartato dalla protagonista (capite il messaggio deteriore della donna che va di fretta e rinuncia ad amore, famiglia e figli?). Onestà e buon senso sono messi da parte per questioni di convenienza (il pezzo in cui Pozzetto non si arrende alla sciocchezza del dover rinunciare a due fustini di detersivo in cambio del suo unico, è veramente esemplare).
Nel film lui vorrebbe parlare con lei, con gli altri, ma non può…non c’è il tempo per farlo.
Cosa è cambiato dopo 30 anni?
Non si parla più, si whatsappa, si messaggia, si twitta…e io non sono da meno.

Fare carriera è l’unico progetto della protagonista, che pensa a quando andrà in pensione…lui non sa nemmeno cosa voglia dire “carriera”. Per lui l’importante è il lavoro (il valore dell’uomo) e l’Amore (il tesoro di un uomo).
Cosa è cambiato da allora?
All’epoca si aveva ancora il sogno di un futuro migliore, ore non c’è proprio il futuro.

Il denaro è da sempre il crack della società. Nel film c’erano ancora le beneamate lire. Tutto, nel film ha un valore in denaro. Lui, venendo dalla campagna, non sa usare il denaro, non ha un valore vero. Per lui c’è ben altro di valore oltre al denaro; l’onestà, l’amore, la pazienza, la tolleranza, il matrimonio, la famiglia, la serenità.
Oggi cos’è cambiato?
Il denaro sta annullando il futuro per tutti.

Il miraggio della vita in città, con tutte le sue tentacolari tentazioni e le sue tante presunte possibilità, affascina il ragazzo che decide di andarsene dalla sua campagna. Presto si rende conto che aveva sperato e si era illuso troppo.
Oggi cos’è cambiato?
Nulla. La città è un coacervo di umani che non sanno come riuscire a vivere in città, ma nemmeno sanno come abbandonarla.

Abbiamo lasciato la terra, la feconda e faticosa terra, per lasciarci incatenare dalla città e dal miraggio di ricchezza e potenza.
Abbiamo perso molta della nostra umanità, barattata con oggetti e denaro.
Nel film il protagonista torna alla sua campagna perché sa come amarla e come raccoglierne i frutti.
Noi sapremmo fare altrettanto?

Annunci