La vita vissuta è la risultante di decisioni ed errori

È una frase che ho letto in un social network e benché possa sembrare granitica e inesorabile, copia una buona parte del mio modo di pensare.
Il destino, quello che per la maggior parte è la casualità programmata degli eventi, è una entità disposable che, quando conviene, la si usa per confortarsi di cose che non si sanno spiegare a se stessi. Queste cose sono in genere eventi funesti, tristi, ma anche immensamente gioiosi.
Quando non serve più, lo si getta come un fazzolettino di carta con il quale, magari, ci si è asciugati le lacrime versate proprio per questi eventi.
Quand’è che non serve appellarsi umilmente al destino?
Quando le cose vanno bene, quando tutto sembra filare secondo il nostro volere e potere, quando tutto ha lampanti spiegazioni e giustificazioni vere e/o credibili a noi stessi.

Un amore finisce. Era destino che finisse? No.
Un amore finisce quando non si sa decidere, quando si decide di lasciare che le cose vadano, quando si opta per l’ascolto unico di noi stessi, o dell’altro.
Finisce quando ci si distrae, quando si ha paura di fare uno, due o anche più passi falsi, quando si guarda al passato, senza accorgersi del presente, o accorgendosi solo di questo.
Finisce perché si fanno degli errori e non ci si sa perdonare, o perché l’altro ha fatto degli sbagli e non si sa ascoltare altro che il proprio cuore indurito.
Finisce quando si vuole legare l’altro a se stessi, o quando non si dimostra di sentire l’appartenenza alla vita dell’altro per orgoglio.
Un amore finisce quando si vive di aspettative; dover essere/fare perché l’altro se l’aspetta. Aspettarsi che l’altro sia come noi vorremmo che fosse.

L’amore finisce per egoismo!
E io sono stato un egoista.
Non ha molto senso chiedere scusa o perdono a chi ha visto il proprio amore spegnersi. Credo però che sia un estremo e profondo tentativo di riconoscere che l’altro c’era e, alla fine dei conti c’è sempre stato!

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