La Natura parla il suo linguaggio che è attinente e finalizzato unicamente alla evoluzione. In questo linguaggio non c’è traccia di giudizio. Non c’è bene o male, non è previsto benigno e maligno.
Pur avendo generato tanti esseri diversi, parla un linguaggio unico che tutti i suoi figli possono sentire e conoscono. Tutti i suoi figli hanno strutture e funzioni adattate proprio a recepire questo linguaggio. Questo linguaggio prevede delle domande, semplici, normali, talora speciali; ordini e istruzioni sensati e finalizzati unicamente ad ottenere un unico, meraviglioso risultato: il mantenimento e la prosecuzione della vita.
Le risposte offerte dagli esseri viventi sono in sostanza relative a poche domande fondamentali, presupposti indispensabili per raggiungere lo scopo:

  1. Sopravvivenza
  2. Difesa
  3. Motivazione
  4. Relazione

Nell’animale e nelle piante le risposte sono prevedibili al punto da poter giungere alla corretta domanda osservando attentamente la risposta. Nell’uomo le cose si complicano e non poco. La risposta osservata non porta sempre, anzi quasi mai, alla domanda corretta in quanto l’umano abusa di una funzione sua unica, il giudicare.
Chi ha insegnato all’uomo ad applicare il giudizio ad ogni cosa è la religione, di qualsiasi versante essa sia. Il presupposto che ci sia un giudice supremo che sarà chiamato a giudicare la condotta di vita del singolo individuo, secondo metri e misure posticce e pretestuose, estende all’individuo stesso il potere e il diritto di giudicare. Egli potrà esercitare l’azione giudicante su qualsiasi cosa, non importa conoscerne la ragione intrinseca, il giudizio giungerà a cancellare la memoria della ragione di fondo di quella cosa.

Una femmina di scimmia a cui viene strappato il figlio ad opera di un predatore, non applica un giudizio all’evento. Ne fa certamente un conflitto doloroso tra il suo mandato di madre e prosecutrice della specie ed il fatto di non poterlo più fare, ma non applica un giudizio. Non applica quindi un filtro tra ciò che è successo e ciò che è biologicamente sensato fare: rimanere nuovamente gravida e dare alla luce un nuovo individuo. Il conflitto trova una soluzione rapida e diretta.
Una femmina umana che si separa burrascosamente dal compagno, il quale esercita il suo diritto di padre pretendendo di stare con il figlio secondo le disposizioni di legge, può avviare un conflitto di separazione applicando però un giudizio agli eventi, recidivando di volta in volta il conflitto senza mai risolverlo.
Lei ascolta prima la voce del suo giudizio e può farlo così intensamente da non udire la voce biologica della Natura, che le potrebbe suggerire sensatamente di fare un figlio con un altro uomo, accettando da subito il fatto che questi potrebbe/vorrebbe andarsene da lei.

Il linguaggio naturale legato alla sopravvivenza, ad esempio, implica il concetto di cibo, che per l’animale è unicamente il cibo vero e proprio.
Per l’umano il concetto di cibo passa attraverso l’etichetta del giudizio che potrebbe applicare l’etichetta di cibo a denaro (che non si mangia), lavoro (che non si mangia), premio (che non si mangia), riconoscimento (che non si mangia), contratto (che non si mangia), incasso (che non si mangia), ecc. ecc.
Al concetto unico e biologico di cibo, si confonde e si sovrappongono cose e concetti che nulla hanno a vedere con il cibo in se, ovvero nutrimento.
Ma la Natura non parla unicamente il linguaggio umano, l’uomo è venuto dopo la Natura che continua saggiamente a parlare un unico linguaggio. Così, quando l’uomo perde un contratto, la Natura potrebbe avviare la risposta che sta sotto alla parola cibo.
È per questo diabolico, maledetto sistema di giudizio immotivato e pericoloso, che l’uomo si ammala più degli animali. Perché ha troppe cose nella vita a cui ha applicato il concetto di cibo; applicazione che deriva dall’aver giudicato come cibo cose che in realtà cibo non sono.

Sono talmente tanti gli stimoli oggi, che praticamente qualsiasi cosa può portare qualsiasi etichetta e tutte queste diciture improprie finiscono per occultare l’unica vera etichetta possibile, quella naturale e sensatamente biologica.
Ad esempio il lavoro può essere caricato dell’etichetta di sopravvivenza, difesa, motivo, relazione; eppure il lavoro è solo una parte della vita umana, peraltro ingiustificata e unicamente umana.
L’errore, o la svista, o meglio il fraintendimento esercitati dall’umano sono quelli di avere confuso le necessità biologiche con il giudizio applicato ad esse.
Lavorare può essere una parte della vita, non può biologicamente e sensatamente esserne la ragione.

Va da se comprendere quali altri numerosissimi fraintendimenti rendono oggi la vita umana così difficile; tutto per aver applicato giudizi laddove sarebbe bastata l’accettazione o la consapevolezza.
Torniamo ad essere nudi, puri e senza giudicare queste condizioni.
Che piaccia o meno, è l’unico modo sano di vivere la vita.

Sorgente: La maledizione del giudizio – La Natura non crea sfigati!

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