Dei miracoli della chirurgia, ogni tanto, si sente parlare anche sui media nazionali. Sono vere e proprie imprese, eroiche dico io e lo dico perché sono 27 anni che lavoro in sala operatoria e talvolta mi capita di essere parte del team che compie queste imprese. Ho visto e partecipato ad interventi straordinari, salvataggi di vite ed altre cose.
Ma come tutte le attività umane, anche la chirurgia ha dei limiti.

Fondamentalmente due:

  1. tecnici
  2. etico/scientifici

I primi sono costituiti dalle barriere umane date dalla struttura corporea e dalle condizioni della persona che dovrebbe essere operata. Nel corso degli anni le barriere di cui sopra sono divenute sempre meno, ma ancora sussistono degli ostacoli invalicabili che fermano sul nascere l’appetito chirurgico.
I limiti etico/scientifici sono i più numerosi e i più pesanti e man mano che cadono quelli tecnici, aumentano sempre più quelli che impongono una discussione etico/scientifica. Sono in discussione questioni di bilancio tra radicalità e danno funzionale, efficacia, sicurezza, opportunità, causalità, umanità, sensatezza, compatibilità bio/sociale, ecc.

La chirurgia si basa essenzialmente su tre finalità:

  1. correggere presunti o veri difetti del corpo umano, congeniti o acquisiti
  2. asportare ciò che normalmente non c’è o ciò che non funzionando più bene, determina un disagio
  3. sostituire parti del corpo che non funzionano più o come dovrebbero

Queste tre finalità possono mescolarsi tra loro nell’ambito dello stesso evento chirurgico.

Di fatto la chirurgia rappresenta l’ultima risorsa; vi si ricorre quando altri sistemi terapeutici non funzionano o non hanno funzionato. Rappresenta l’ultima e palese dimostrazione che solo l’atto violento può forse riportare la persona ad una vita accettabile, che duri un tempo pressoché normale. La chirurgia è l’incarnazione del concetto allopatico della cura delle “malattie”, dove ciò che cura viene dall’esterno dell’organismo.
Non è esagerato quindi ripetere le antiche parole che sostenevano che la chirurgia rappresenta il fallimento della medicina.

La domanda a cui la chirurgia non risponde è:
«Correggere, asportare, sostituire qualche cosa del corpo, elimina di fatto la causa dell’alterazione che ha portato all’atto chirurgico?»
Pensandoci bene bene la risposta sarebbe, nel 99% dei casi, un secco e laconico “NO”! E non sto parlando della ingestione, inalazione o penetrazione, volontaria o accidentale, di qualcosa nel corpo. Li non si tratta di correggere, asportare, sostituire qualcosa del corpo.
Quell’1% rimasto lo voglio lasciare perché gli assolutismi non esistono.
Certamente è evidente che l’azione chirurgica, pur non rispondendo positivamente a questa domanda, ha salvato molte vite da condizioni gravissime e mortali e questo, per i tantissimi sopravvissuti, può bastare. Ma quando nonostante l’azione chirurgica, la malattia si ripresenta, è proprio il non poter rispondere affermativamente alla domanda di cui sopra, che rende l’azione chirurgica qualcosa di insensato e sostanzialmente inutile. Si può serenamente affermare che l’atto chirurgico, specialmente per la “malattia” oncologica, è un atto di fede più che un atto scientificamente supportato. È un atto di speranza, non certo guidato dal rigore scientifico e un atto di carità, per non lasciare la persona in balia della paura e darle quella relativa tranquillità per cui “qualcosa si è fatto”; la paura, per inciso, viene inculcata proprio dalla medicina stessa («Se non ti operi, morrai!»). Fede, speranza e carità sono concetti religiosi condivisibili, ci mancherebbe altro, ma lontani da quella granitica piattaforma scientifica su cui la chirurgia dice di basarsi.

La chirurgia in generale, o meglio i chirurghi, sono quelli che più si richiamano al concetto meccanicista di “corpo come insieme di meccanismi” e raramente si pongono domande riguardanti l’effetto globale delle loro gesta. Il loro agire modifica o spegne dei sintomi, ma non modifica la causa del malanno in seguito al quale sono comparsi quei sintomi per i quali è chiesta la loro azione.

Basta prendere in esame la chirurgia oncologica, quindi una larghissima fetta di tutta l’attività chirurgica generale e specialistica.
Il chirurgo asporta parti più o meno estese di corpo umano nel quale risiede il tumore, ma di certo non ha rimosso la sua causa. Non dovrebbe essere sorprendente o strano che si manifestino delle recidive. Al limite non dovrebbe nemmeno destare amarezza o delusione. Il chirurgo spera che tutto vada per il meglio, ma oggettivamente sa che la sua azione è parziale e non eziologicamente curativa. Diciamo che ha spazzato la polvere dal pavimento, confidando sul proverbiale tappeto.
Si eseguono centinaia di colecistectomie, migliaia di ernioplastiche, decine di migliaia di cataratte, migliaia di coronaroplastiche, si asportano centinaia di stomaci, colon, mammelle, melanomi, polmoni, uteri e ovaie, ma per nessuno di questi interventi è stata mai rimossa o corretta la causa.

Non voglio rinnegare l’utilità dell’atto chirurgico, quando utile a salvare una vita, ma mi interessa che si sappia che quando le mani del chirurgo agiscono, non stanno curando, stanno solo mettendo a tacere degli allarmi, cancellando o modificando dei segnali che hanno un preciso significato.
Questo è il peccato della chirurgia.
Spegnendo quegli allarmi, scollegandoli, cambiandone i valori di soglia, cancellando quei segnali, o alterandone il vero significato, il chirurgo offre indulgenza alla persona per continuare a vivere una vita disarmonica, spesso impropria e biologicamente insensata.
La chirurgia agisce, ma non parla di ciò che fa. Non mi risulta che nel consenso informato sia scritto che l’atto chirurgico non rimedia alle cause.
Modifica la struttura del corpo non conoscendone il progetto globale, ma con il consenso inconsapevole del suo proprietario.

La chirurgia è una officina meccanica, in buona sostanza, dove esseri inconsapevoli e negligenti portano il proprio corpo ad aggiustare.
La chirurgia tenta di farlo, ma non sa nulla di come l’essere ha usato il suo corpo e la sua vita. Non potendo cambiare la vita dell’essere, stacca gli allarmi che si sono accesi, ne asporta i circuiti e riconsegna quel corpo all’essere che lo usa. Lo rimanda su quella strada pericolosa che l’ha portato in officina, dicendo “Ora è tutto a posto!”.
Chi, tra utente e chirurgo è il più negligente?
L’essere che ha usato malamente il suo corpo, o il chirurgo che gli concede il modo per continuare a vivere male?

Non credo che la chirurgia voglia rispondere a questa seconda domanda.