Sempre più spesso, ogni volta che posso, pongo questa domanda alle persone che si trovano sul letto operatorio per subire un intervento chirurgico: «Come mai è qui con noi?».
È un modo per farle sfogare, per sciogliere la coltre di ghiaccio emozionale che le surgela, per far sentire la vicinanza di un umano che le ascolti in una condizione di completa sperdutezza.
Ho cercato molte volte di immedesimamrmi in chi si trova in condizioni di completo e rassegnato affidamento. Pensate a quanto segue:
Il posto è sconosciuto e per lo più temuto.
La gente che ci lavora è altrettanto sconosciuta.
Sono fisicamente nude, senza nemmeno le difese passive offerte dai propri indumenti.
Subiscono pratiche sconosciute e a volte dolorose.
Sono in posizione supina (quindi con ridotte capacità di controllo ed alla mercé di chiunque).
Subiscono il bloccaggio degli arti, condizione vissuta in modi spesso terribili.
Sensazione di essere ormai in un vicolo cieco e senza via d’uscita.
Fiducia negli operatori indotta più dalla paura che da una reale valutazione delle loro capacità…
…ed altro

In un altro articolo avevo avuto modo di parlare di quanto le persone possano reagire in modi molto vari, in queste condizioni ed anche oggi ho avuto la possibilità di scorgere la debolezza momentanea di una donna in procinto di essere operata per una cosa che la medicina ufficiale considera molto grave, un tumore allo stomaco.
Quando le ho chiesto cosa l’aveva portata da noi, ha esordito richiamando la familiarità, ovvero che uno dei suoi genitori era deceduto per un cancro gastrico (definizione di una causa fatalistica).
Poi ha continuato dicendo che tre anni prima, dopo una gastro era stato rinvenuto l’Helycobacter (definizione di una causa specifica).
Dopo l’ultima gastro era saltata fuori “questa cosa” – parole sue – (innominabilità del reperto).
«Ma ora signora, facciamo questa cosa qui e poi toccherà a lei darsi da fare per riprendersi e andare avanti.» – ho quindi tentato sommariamente di indurla a sentirsi la figura importante del prossimo futuro.
«Non mi manca la voglia. Ho molto da fare a casa e l’importante è darsi da fare…» mi ha confermato con un sorriso. (Motivazione cercata all’esterno di se).
«E mollare un po’ di rabbia…» le ho offerto guardandola negli occhi (ricerca della motivazione dentro se’).

Ha sbarrato gli occhi, fissandomi, come volesse farmi capire che avevo colto nel segno: «Di quella ne ho molta!»
Parlando di se e senza che le dicessi nient’altro, ha rivelato la sua rabbia per se stessa, per questioni familiari irrisolte da tempo e alcune lacrime sono uscite quasi zampillando.
Poi ha detto: «Grazie……avevo bisogno di parlare, di tirar fuori questa cosa…Grazie!»
E poi ancora una volta…mi ha sorriso.

Sorgente: “Avevo bisogno di parlare…” – La Natura non crea sfigati!