Ho riascoltato, dopo 46 anni, una canzone di uno di quei tipici cantanti che fanno un brano di successo e poi scompaiono: Donatello.
La canzone si intitola “Malattia d’Amore“, un brano sdolcinato comparso in uno di quei festival canori televisivi che, negli anni a cavallo tra i ’60 e i ’70, faceva della televisione un genuino passatempo.
Ma non è del brano che voglio parlare, quanto di me e delle mie sensazioni che ho provato nel riascoltarlo.

Avevo 9 anni e a scuola, quarta elementare, il maestro Paci ci faceva giocare a “Rischiatutto“, il quiz televisivo che quelli della mia età ricordano sicuramente.
Fui eletto a fare da Mike Bongiorno e sulla lavagna c’erano gli argomenti ai quali attenersi per fare la domanda e dare la risposta. Un mio compagno scelse “Musica” da 20.000 lire, o cose così, non ricordo bene.
La domanda era: «Chi canta la canzone ‘Malattia d’Amore’?»
Ebbene io ero imbarazzatissimo a dire la parola “Amore“.
La pronunciai a bassissima voce, in preda ad una agitazione strana. Mi sembrava – ne ho chiaro il ricordo – che quella parola così bella non si potesse pronunciare, che fosse vergognoso dirla.

Un bambino di 9 anni, coi calzoni corti e il grembiule azzurro, che si vergogna di dire “Amore”!

Come spesso accade a chi è imbarazzato nel fare, dire o cantare qualcosa, fui costretto a ripetere la domanda perché il “concorrente” non l’aveva udita.

Oggi, ascoltando quel brano, mi sono rivisto alla cattedra, in piedi di fianco al maestro seduto, preso dalla vergogna nel dire l’unica parola che valga la pena pronunciare anche in punto di morte.
Che sensazione!!!

Legato all’Amore fin da allora, ed anche prima, quel bambino era lì con me a riascoltare quella canzone, una tra le innumerevoli che parlano d’Amore.
Non è cambiato molto quel bambino. Con il crescere dell’età è cresciuto anche il suo bisogno.
Una vera e propria malattia.