Sono giornate convulse, quelle prima di Natale. Una specie di preorgasmo, quando ansimi, ti concentri sulle sensazioni, perdendo di vista tutto il resto, vuoi solo giungere al culmine, è qualcosa che vuoi finisca e non vorresti finisse.
Non ti aspetti altro che concludere questo gioco compulsivo, sognando di esplodere intensamente come una bomba.

Ma quando qualcuno mi augura, forse sinceramente e sentitamente, «Buon Natale!», non posso fare a meno di sentire almeno due cose:

  • l’augurio in se che esprime la speranza di passare una buona giornata festiva
  • la disillusione di una festa che in me non è più da tanto tempo.

I miei Natali da bambino erano il festival dell’ipocrisia e del litigio.

Parenti, che non si vedevano da mesi, si ritrovavano a scambiarsi auguri così falsi e mielosi, da disgustare loro stessi.
Tipicamente ci si vedeva a casa di mio nonno, ci si radunava intorno al desco imbandito, si mangiava e si beveva e sempre, immancabilmente, uscivano fuori gli stress e le malignità sedate per anni. Dispiaceri storici riaffioravano. Invidie, gelosie, dolori e livori che, dopo i ravioli, l’immancabile arrosto e il panettone, venivano rigurgitati tra un calice di falsa fratellanza e il successivo.
Litigi veri, urla, rinfacci, parole pesanti e taglienti, musi lunghi e offese.
Questi erano i miei Natali fino alla pubertà.
Tornavamo a casa alle 6 di sera con mio padre incazzato e ubriaco, mia madre piena di veleno e noi fratelli in silenzio per evitare rappresaglie.

«Buon Natale!» per me non significa niente, ancor meno «Auguri!»
Auguri per cosa? Di che cosa?
Che mi vada tutto bene?
Questo dipende da me!
Alle mie orecchie suona meglio un soave silenzio, al limite un «Ciao!»

Detto questo, spero passiate una buona domenica, visto che quest’anno il 25 viene di domenica.
Forse torneremo ad essere veri martedì prossimo.

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