Fu la Chiesa Cattolica che diede impulso ai placebo. Nel secolo XVI in un sforzo di screditare quelli che lucravano sui sempre più frequenti esorcismi, mostrò falsi oggetti sacri a coloro che dicevano essere posseduti dal demonio. Se dopo questa visione reagivano con violente convulsioni – come se realmente fossero state davanti ad uno strumento efficace contro Satana – i sacerdoti sapevano che era tutta immaginazione, che il diavolo non era nel loro corpo.
L’idea circolava nella comunità medica e a partire dal XVIII secolo si estese l’uso di trattamenti innocui per calmare le persone, sebbene il loro decollo definitivo giunse con l’approvazione di sperimentazioni cliniche dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Da allora i placebo sono stati contornati da luci ed ombre, di difensori e detrattori. La rivista medica ‘The Lancet‘ realizza in un suo numero una esaustiva revisione su tutti gli aspetti relativi ad essi. E conclude con varie cose importanti: primo, che l’effetto placebo è psicobiologico e attribuibile a tutto un contesto terapeutico, non solo ad una pastiglia. Secondo, che si può applicare l’effetto nella pratica clinica incluso quando non si somministri alcun placebo. Terzo: esistono molti effetti placebo, non solo uno.
Per iniziare ad analizzare il tema, si deve definire il concetto: “Il placebo è una sostanza o procedimento innocuo e il suo effetto è qualcosa che segue alla somministrazione di detta sostanza o procedura”.
È innocuo, ma causa una reazione.

Il paradosso, che è quello che ha creato tutta la confusione in merito, è che in teoria “se qualcosa è innocuo non può scatenare nessuna reazione”, segnala Damien G Finiss, dell’Istituto di Ricerca e Trattamento del Dolore dell’Università di Sydney (Australia), coordinatore di questa analisi. Ma l’evidenza suggerisce che “l’effetto placebo non è qualcosa isolato ma parte di tutto l’ambiente che contorna un trattamento e che include l’interazione tra la persona e il medico, la fase della malattia e le speranze create dal trattamento”.

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