Sto leggendo il libro “La Compensazione Simbolica“, edito dalla casa editrice Uno ed attualmente esaurito nelle librerie online.
Tratta di come il nostro subconscio, intento a mantenere un equilibrio che consenta la vita, di fronte ad eventi di cui non sappiamo trovare il contrappeso – intendo riferirmi alle mancanze – lo crea affinché l’equilibrio possa essere riconquistato. Si tratta quindi di compensazioni virtuali ad esperienze reali.
Queste compensazioni determinano il nostro agire, il nostro vestiario, il nostro lavoro e pressoché tutto quello che ci rende unici.
Si può capire bene che queste compensazioni possono determinare la nostra gioia, ma anche il nostro dolore, i nostri successi e le nostre sconfitte, il ripetersi degli errori, le relazioni con persone che sono inesorabilmente sempre uguali e via di questo passo.

Faccio un esempio su quello che mi riguarda. Ne avevo già parlato tempo fa su questo stesso blog.
Se ho “scelto” di fare l’infermiere non è stato perché mi piaceva, ma perché mi è mancata considerazione e visibilità, che ho compensato assistendo gli infermi.
Ma non è tutto qui.
Non ho vestito il ruolo e i panni dell’infermiere di corsia, ma quelli dell’infermiere di sala operatoria – luogo chiuso, ad alta tecnologia, dove solo pochi possono accedere e dove devi accondiscendere ai bisogni di gente sana (i chirurghi).
Dopo diverse riflessioni, ho capito che in fondo a me non interessa la considerazione dei malati, che dormono e sono coperti di teli, ma la considerazione del primario chirurgo, verso il quale cerco e devo mostrare efficienza e competenza, ma anche condiscendenza e compiacenza. E’ lui che decide, è lui che segna il percorso ed io devo aiutarlo a farlo. Una specie di servitore ad alto rendimento.
Facendo bene il mio lavoro gli dico «Guardami! Vedimi!Io sono bravo come vuoi tu!».
Ma a chi lo sto dicendo in realtà?
A mio padre.

E tutto questo perché? Per non aver mai avuto la forza di dirgli che mi mancava il suo sguardo, la sua parola, il suo consiglio. Non ho detto della mia frustrazione per non essere stato accettato per quel poco che riuscivo a dare, quando ero ancora un ragazzino. Lo amavo, ma non mi sono sentito corrisposto. Ho avuto paura di dire la mia sofferenza.
Non ho fatto ciò che mi piaceva, ma ciò che ho creduto potesse rendermi degno del suo sguardo.

Questa compensazione simbolica ha avuto effetti anche sul mio fisico. Ho una lordosi lombare che mi spinge spontaneamente a guardare in alto, al cielo, al sole che non mi vedeva.
Ed anche nel mio comportamento si vede la compensazione. Sono polemico verso l’autorità, mi dichiaro ateo (senza Dio=senza padre), contesto il potere costituito, ma non sono in grado di ribellarmi davvero. In buona sostanza protesto in silenzio contro l’indifferenza di mio padre, ma non sono capace di manifestargli questa frustrazione.
Ho sperato che fosse lui ad accorgersi di me, ma così non è stato ed ho taciuto. Ho taciuto il mio dispiacere ed è mia precisa responsabilità, non sua.

Le mie compensazioni mi hanno aiutato e mi aiutano, ma hanno un prezzo.
Un prezzo che pago a rate. Cambiali di un mutuo che sembra non finire mai, per costruire la mia casa (struttura psico-cerebro-organica) di cui non ho il progetto e non so nemmeno se mi piace davvero. Me la faccio piacere, ma è diverso.
Vivo in una casa costruita per controbilanciare un vuoto. Ci vivo dentro per non rimanere all’addiaccio. E infatti non desidero una casa vera tutta mia, pagata con soldi veri. Mi basta che non mi piova sulla testa in un qualsiasi rifugio, anche microscopico.

La mia vita si cela in questa virtuale compensazione di un buio affettivo. Nel ritardo con cui ho manifestato me stesso ed ora che lo so…che l’ho espresso…accolgo consapevolmente la vita che non ho scelto di vivere, ma che è comunque stata degna di essere stata vissuta.
I conti con me stesso non sono conclusi.
Ma devo ammettere che è la cosa più difficile che mi sia mai capitato di fare.

Sempre che mi sia capitato…

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