Certe storie non si conoscono attraverso internet. Certe gesta non si possono capire se non le si guarda, se non le si toccano.
Certi uomini non si possono capire se non si vede ciò che è stata la loro vita, anche se è stata vissuta tantissimi anni fa. Le prove della loro vita vissuta, oltre a rimanere nella nuda terra, sono e rimangono in quello spazio tra tempo e memoria, conservando quel pathos che non può lasciare indifferenti.
Ho visitato dei posti, nell’alta Italia, testimoni di sacrifici e valore: il Monte Cengio, la Fortezza di Punta Corbin, la Fortezza del Verena, il Forte di Monte Interrotto e il Sacrario di Asiago. Due di questi posti mi hanno molto colpito.
Non può infatti non lasciare stupefatti anche il solo percorso per giungere in quelle località: strade di montagne per lo più sterrate, con pendenze difficili persino per l’auto, avvolte da una vegetazione lussureggiante e rocce, rendono la visita non certo agevole. Sol quando giungi a quelle altitudini, ascoltando un silenzio surreale, respirando un’aria inconsueta, puoi capire qual debba essere stato l’impegno di quegli uomini per fare ciò che hanno fatto.

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Galleria sul Monte Cengio

Il Monte Cengio è stato teatro, nel giugno del 1916, di una sconfitta delle truppe italiane, assediate da quelle austriache. La compagnia dei Granatieri di Sardegna ha opposto la resistenza che poteva e solo dopo acerrima battaglia ha dichiarato la resa. Dei 6000 soldati posti su quella cima, a 1637 metri sul livello del mare, solo 1300 sono tornati in paese dopo quei quattro giorni di furore e fuoco. Si rimane stupiti dal passare lungo gli stretti sentieri scavati sul fianco della montagna, entrare nelle gallerie che quei soldati hanno scavato nella dura roccia calcarea, osservare un panorama straordinario attraverso le finestre di osservazione ottenute perforando a piccone la pietra.
Centinaia di metri sul bordo di precipizi angoscianti, protetti da barriere che allora non c’erano, ascoltando il vento, guardando paesaggi incredibilmente solitari e in cima al mondo.
Deve essere stata una battaglia furiosa, quella svoltasi tra il 29 maggio ed il 3 giungo 1916 e sebbene sia stata una sconfitta, non toglie nulla al Valore di quei soldati.

Il secondo luogo che mi ha impressionato è la Fortezza di Punta Corbin. Per raggiungerla abbiamo fatto un percorso incredibile e accidentato, ma ne è valsa la pena.
Si tratta di una fortificazione di grandi dimensioni, incastonata nel costone della montagna e provvista di 6 cannoni da 149 mm.
Costruita a partire dal 1906, doveva fungere da primo sbarramento contro le forze austro-ungariche e questo fa comprendere come la Prima Guerra Mondiale era non solo possibile, ma probabile. Completata nel 1911 era una postazione autonoma ed autosufficiente, provvista di teleferica, che ospitava molte decine di soldati.
Dopo lo scoppio delle ostilità la fortezza entrò nel vivo della sua funzione, ma a seguito della distruzione della Fortezza del Verena (pochi giorni prima la Fortezza di Cima Verena era stata colpita e distrutta da tre proiettili austriaci da 305 mm, con la morte di 45 uomini, comandante incluso), fu dichiarata inutile, sorpassata e pericolosa, essendo abbandonata dai soldati nel 1916. Fu conquistata quindi dagli austriaci, poi abbandonata nuovamente e adibita, a fine conflitto, a caserma di addestramento. Venne definitivamente lasciata a se stessa negli anni venti, divenendo preda dei “recuperanti” che, per prendere il ferro della fortezza usarono la dinamite, lasciando un cumulo di macerie.
Il peso del tempo e delle intemperie non ha impedito ad un privato di acquistarla e di adibirla a museo vivente di un’epoca storica particolare.
Non so come spiegarlo, ma entrando in quel tempio della paura e dell’onore militare, ho rivissuto un po’ le sensazioni che ebbi quando prestai servizio militare 35 anni fa. Mi è sembrato un luogo ancora vivo, che bisbigliava le voci di chi vi aveva operato. Quelle finestre aperte sullo spiazzale retrostante le cupole armate, sembravano ancora echeggiare i rumori della concitazione dei soldati intenti al loro lavoro. Visitando i corridoi, le stanze di munizionamento, le scale e le gallerie che portavano ai punti avvistamento, ho immaginato quale potesse essere la vita in quel luogo e ho rivissuto una sensazione che non dimenticherò mai più.

Di quella fortezza attiva non ci sono più testimoni viventi e nessuno può più trasmettere quanto sia stata dura la sua realizzazione e quanto triste e scorante sia stato il doverla abbandonare.
Unica testimone viva del tempo trascorso, una stalattite formatasi sul bordo di una feritoia di osservazione.
L’imperterrito, lento gocciolare dell’acqua calcarea ha depositato sottilissimi strati di calcare che hanno formato un cono sulla cui sommità, ancora oggi, cadono piccole gocce di acqua.
Gocce che scandiscono il tempo e lo rendono tangibile.

 

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