Tempo fa, anzi qualche anno fa quando ancora lavoravo per far sì che il mio mestiere potesse diventare una professione, ed ero intento a redigere la documentazione utile ai futuri strumentisti di sala operatoria di tutta italia, chiesi ad un chirurgo toracico su quale libro aveva studiato.
Alla sua risposta: «Ce ne sono tanti!», controrisposi: «Quello che ti hanno chiesto di studiare mentre facevi la specialità»…
«Ma mica ti danno un testo obbligatorio da studiare. Scegli quello che ti piace di più e studi quello!»…

…non so voi, ma io sono sempre stato convinto – a torto, come vedremo – che quando si frequenta una scuola ufficiale ci sia uno o più testi altrettanto ufficiali su cui formarsi ufficialmente. Questo per far sì che tra specialisti si parli la stessa lingua, che ci sia affidabilità da parte dei medesimi e che da Trieste a Palermo ci sia coerenza di pensiero e di procedura…
…ma non è così!
Sono rimasto davvero stupito.

In sintesi lo studio della teoria chirurgica è lasciata alla buona volontà dello specializzando ed alla sua acutezza nel scegliere il testo giusto. Non c’è una traccia obbligatoria da seguire, che sia scientificamente congrua e univoca. Si studia la teoria su testi che sono scelti da chi li deve studiare.
In altre parole lo specializzando chirurgico deve frequentare il reparto, frequentare la sala operatoria dell’ospedale dove è inserito quel reparto e impara quello che si fa li, in quello specifico ospedale, la cui levatura scientifica e la cui affidabilità scientifica è tema disperso tra le nebbie della sanità pubblica.
Si specializza facendo un numero sufficiente di ore, dimostrando di aver fatto un certo numero di interventi, studiando il libro che gli è apparso più congruo e sostenendo degli esami che, ho saputo poi, sono più delle proforme che dei veri e propri esami di valutazione e giudizio. Lo specializzando porta dei casi clinici e li discute – nel senso di chiacchierare – con il “Professò”.
Se non gli sta proprio sul cazzo, se non dice cose fuori dal mondo, se ha le conoscenze giuste, diventa specialista.
Sono rimasto sgomento.

Tutto questo vuol dire che se entri in specialità – unico vero ostacolo magno da passare – poi è mooooooooolto difficile non uscirne con il titolo relativo.
Insomma:

  • se hai la spinta giusta per entrare
  • se non rompi i coglioni al Professò
  • se sei abbastanza presente/ruffiano
  • se tieni botta agli insulti ed alla spocchiosità del Professò di cui sopra
  • e se ti dai un pochino da fare

il titolo di specialista te lo porti a casa.
Poi la competenza e la preparazione sono un’altra cosa…quelle di solito non c’entrano.
Ancor meno c’entrano la scienza e l’aspettativa dei malati
.

La conferma di tutto ciò l’ho avuta da un ortopedico non più tardi di sette giorni fa.
Da lui ho saputo che lo studiare è meno importante del fare (operare, prescrivere terapie, visitare i pazienti, ecc.) il che mi porta a pensare che:

  1. chi si specializza in una branca chirurgica impara a fare le cose che gli hanno insegnato dove ha fatto la specialità, che non significa per forza che siano le cose migliori e più coerenti e soprattutto quelle che fanno nelle altre specialità dello stesso tipo;
  2. non esiste un “modo nazionale” di fare il chirurgo, l’ortopedico, il ginecologo, ecc.;
  3. esistono modi specifici di fare tutto quanto sopra (il chirurgo della scuola milanese, il ginecologo alla modenese, l’ortopedico dell’accademia bolognese, ecc.);
  4. il chirurgo impara a farlo in base a usi e costumi – e capricci, e interessi, e convenienze – chirurgici la cui scientificità può essere ben lungi dall’essere dimostrata; spiegando il perché se consulti 10 specialisti della stessa branca chirurgica, avrai almeno 6 o 7 indicazioni diverse, tornando a casa con ancora più dubbi di quelli che avevi.

Eppure io avevo capito che oggi ci si affida a protocolli e linee guida, come garanzia per lo meno di coerenza, se non si riesce effettivamente ad appellarsi alla scientificità rigorosa. Il decreto Gelli, a supporto di tutto questo, non è riuscito a cambiare nulla a livello universitario e gli specializzandi si specializzano ancora come facevano gli apprendisti pittori nelle botteghe d’arte del rinascimento.
È vero che la chirurgia è un’arte, ma la tela su cui un chirurgo incide la sua personale conoscenza “scientifica”, è la pelle dell’ammalato!

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