Ho avuto un’altra occasione per ascoltare una persona che ha ritenuto potessi aiutarla nel suo percorso verso il proprio benessere, momentaneamente mancante. Non avevo la minima idea di ciò che avrei ascoltato, quindi nessuna idea di quello che avrei potuto dirle al termine di ciò.

Uno crede nelle proprie esperienze, nelle proprie convinzioni ed è difficile, difficilissimo tentare anche solo di immaginare quali altre variabili possano aver vissuto le altre persone, rispetto ad un evento dato. Non solo, ma il singolo evento o la singola condizione vissuta da tante persone, determina in esse percezioni e sentiti talora diametralmente opposti, inimmaginabili e dalle intensità incredibilmente diverse.
Ancor più incredibilmente diverse sono le emozioni che scaturiscono da questi eventi/situazioni/condizioni. Non esiste una sola forma di rabbia, o di gioia, o di passione, o di dolore, ecc. Alla fine, ogni persona vive la SUA rabbia, la SUA gioia, la SUA passione, il SUO dolore.
Non si capisce mai abbastanza quanto male si può fare nel tentare di paragonare il sentito altrui con il nostro. E’ un atto di superbia dalle conseguenze difficili da prevedere.
Eppure è comune giudicare, sminuire, ingigantire, sviare, trascurare, l’emozione altrui. Chi giudica sentenzia, chi sminuisce giudica, chi ingigantisce genera paura, chi svia offende, chi trascura svaluta, ecc. ecc.

Dopo l’esperienza che ho vissuto insieme ad una persona, ho capito che nessuno può definirsi “terapeuta”, “esperto”, “specialista”, “dottore”.
La persona che mi ha onorato raccontandomi parti, inedite a tutti, della sua vita, mi ha fatto capire che nell’esistenza umana può accadere qualsiasi cosa, al di la’ di ogni più pervertita fantasia e che il percepito umano, che le emozioni umane, sono qualcosa di straordinario nel senso che non può esistere l’ordinario, il prevedibile, il banale o il “deja vu”.
Ho visitato con lei emozioni che in qualche modo, ma non so quale, ho capito, rivissuto, “assaggiato”. Ho imparato, ho appreso ed ho accolto quelle sensazioni.
Forse deve aver captato questa mia accoglienza, perché ha continuato a raccontarmi cose della sua vita che non aveva mai dette a nessuno, e questo lascia ad intendere quanta profonda solitudine sia stata vissuta, per tanto tempo, rispetto a tali avvenimenti. Quello che il Dr. Hamer descrive come “Vissuto con un senso di isolamento” è proprio questo, l’impossibilità di dire ciò che ha perforato la propria corazza mentale; l’indicibile.

Nel momento stesso in cui ho compreso che ogni vita è un caso a se’, un tutto ed un unico senza pari, ho anche capito che se anche fossi il più bravo medico di questo mondo, non potrei avere la benché minima presunzione di sapere cosa fare per la persona che voglia condividere con me emozioni importanti del suo vissuto. Non potrei in alcun modo decidere cosa sarebbe giusto o sbagliato fare per lei.
Potrei forse, e con estrema umiltà, chiederle come poter essere d’aiuto, se ritenesse di averne davvero bisogno.
Come potrei prescriverle un farmaco, anche il più sofisticato e moderno, sapendo che questo nulla può sul suo vissuto e sui suoi meccanismi di risposta sociale, emotiva ed istintiva?
Non potrei, ecco tutto!
Quella bella persona mi ha insegnato tante cose, credo più di quelle che io le ho dato.

In un mondo di umani, sono i cosiddetti “pazienti” i veri insegnanti dei sedicenti “dottori”, non il contrario.
Nessuno sa mai abbastanza di se’…
…figuriamoci degli altri.

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