Grazie Dottoressa Katia Bianchi per questa perla dorata:

E’ interessante che i medici si pongano la questione della relazione, dopo aver cercato il distacco, la neutralità e la razionale chiusura emotiva di fronte al paziente.
La cosa curiosa è che, anche nel porsi la questione della relazione coi pazienti, l’occhio clinico è ancora rivolto verso i pazienti, alle reazioni dei pazienti alla comunicazione del medico. Questa ricerca indaga su come il cervello dei pazienti reagisce alle verbalizzazioni e alle espressioni del medico. L’intento è quello di insegnare ai medici i comportamenti, che possano influenzare positivamente i pazienti, rassicurarli e motivarli alle cure.
Questa domanda del medico, “come mi dovrei comportare per rassicurare e motivare il paziente”, non sta nei termini della relazione ma della manipolazione.
Una relazione è un flusso di eventi tra due creature in una rete di flussi di eventi allargata. Per considerare una relazione medico-paziente, i medici si dovrebbero chiedere “come mi sento io nella relazione col paziente” ?
In questo modo avrebbero il monitor della relazione in presa diretta, dentro se stessi. Così si accorgerebbero che, chiudendosi di fronte alle emozioni e alle ansie dei pazienti, oltre che al loro bisogno d’informazioni vere sulle loro malattie, bloccano le loro emozioni, facendo del male prima di tutto a se stessi, riempiendosi di ansia, che poi, inevitabilmente, scaricano sui pazienti.
Si accorgerebbero che esprimersi riconoscendo e ponendo i propri limiti e quelli dei propri strumenti scientifici, attivando le capacità di auto-organizzazione di scelta nei pazienti, loro si sentono meno oggetti e più soggetti delle cure e le ansie dei medico e del paziente diminuiscono, per lasciare campo alla condivisione di emozioni e sentimenti.
Si accorgerebbero che la guarigione è un processo interno alla persona ammalata e non un obbligo o un dovere del medico. Si accorgerebbero di un milione di altre risorse, che qui non c’è lo spazio per trattare.
Il nostro professor Cesari diceva che i pazienti vengono, poi guariscono, se ne vanno e per noi arrivano nuovi pazienti che stanno male: la malattia dei terapeuti non guarisce mai.
E’ di quella malattia che ci dovremmo occupare, prima che di tutte le altre, perché, quando noi riusciamo a sentirci bene col paziente, allora lui è guarito!
Spero di aver reso l’idea!

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