Amore mio!

16 Febbraio, 2009

Non sono più un ragazzino. A 47 anni non ci si può più considerare ragazzi, ma la mente e i sentimenti sono permeabili come spugne.
Quando, da ragazzo, sentivo dire che l’amore oltre i 40 può essere devastante e fortissimo, rispondevo a me stesso : “Cazzate!”
Ora che mi è capitato e che sento e vedo il Sole dentro me, posso solo dire : “Grazie. E’ vero!”
Grazie perchè ho vissuto e vivo attimi di struggente sentimento che mi scalda la mente, che mi fa sentire incredibilmente vivo, forte, motivato.
Ed è vero. Per me l’amore esploso due anni fa per una donna di dieci anni più giovane, ha segnato la mia vita di uomo mediocre in modo indelebile.Ho lasciato moglie e famiglia, vivo da solo e coltivo questo amore come e più che posso.
Nei momenti di grande sentimento, mi chiedo perchè proprio a me, perchè quell’angelo così bello e sorridente è volato proprio da me.
Non c’è una risposta, ma non riesco ad accettare la fatalità di un amore come questo.
Un sentimento grande e forte come quello che provo, non può essere un caso.
A volte mi chiedo cosa ho fatto di così buono nella vita per meritare un amore così e non mi viene in mente nulla.
Le piccole cose, i piccoli eventi capitano, ma una cosa così è troppo incredibile, forte e bella per essere solo un caso.

Non sono un credente, non ritengo di avere bisogno di un dio per completare la mia vita, ma ringrazio comunque chi o cosa mi ha riservato quanto mi è stato donato.

Grazie!
Grazie Amore mio!


Il Mio Nostro

7 Febbraio, 2009

egoismoCerto, “Mio” è più semplice da pronunciare di “Nostro”, ci sono meno lettere e bocca e lingua devono lavorare di meno e forse proprio il significato intrinseco di “Mio” è puntato al risparmio, al meno, al poco, all’unico.
Diversamente “Nostro” è difficile, composto da diversi movimenti della bocca, ampio, abbondante, senza limiti.
Fa paura dire “Nostro”, è denudante, è generoso e poco definito. E’ collettivo, spersonalizzante, comunitario, quasi sprecone.
Eppure “Mio” è più faticoso da sostenere, da mantenere, difficile da dire guardando gli occhi degli altri. Malgrado le sue poche lettere, pesa moltissimo, ingombra.
“Mio” ammazza la discussione, uccide le parole altrui, spegne la luce negli sguardi e mette dei cancelli non solo per l’accesso degli altri, ma per l’uscita di chi cerca di sostenere il proprio “Mio”.
Chi si chiude nel “Mio” non può uscire da quelle tre lettere, non ce la fa a condividere la propria gioia dell’avere. Ha, ma non ascolta, non vede, non parla. Un cuore chiuso ed è strano che il cuore si chiami anche Miocardio.
“Mio”, nella sua ristrettezza, non può racchiudere mai il valore di “Nostro”, mentre avviene sempre il contrario e questa affermazione è sostanziale.

Purtroppo questo mondo sembra volere il “Mio”, facendo economie anche sulle parole e i concetti, impoverendosi, chiudendosi dentro mura di silenzio, di cecità e odio.
“Mio” è una parola povera, cattiva, egoista, troppo severa per essere umana.
L’unico posto dove sta bene la parola “Mio” è nei muscoli, quelle strutture corporee che vengono abusate per imporre la parola “Mio”.

Ciò che avete letto, non è il mio articolo, ma il nostro articolo. Come è nostro questo forum, nostra questa rete di cervelli, nostra la capacità di pensare, nostro questo mondo e nostro questo universo; l’universo di tutti.
Non dimentichiamoci chi siamo, nel nostro interesse!


I Due Bambini

8 Gennaio, 2009

Sono andato a vedere, al cinema, il film “Il bambino col pigiama a righe”. Un buon film, non strappalacrime e non crudo, ma drammatico si. Tanto!
Il film, come molti saprete, narra di un bambino tedesco di otto anni che segue, con la sorella e la madre, il padre/gerarca nazista in un trasferimento per questioni militari.
Viene portato via dalle sue abitudini e dai suoi amici, per ritrovarsi solo in una fredda, grigia casa di campagna, nella Germania nazionalsocialista.
Lui percepisce che non è il solo a sentirsi a disagio in quel posto così strano e, come è tipico di ogni bambino, muove i suoi occhi in ogni direzione al fine di soddisfare il bisogno principale che ha ogni bambino, giocare.
E’ proprio per trovare soddisfazione a questo irresistibile bisogno, fa segreta amicizia con un bambino vestito di uno sporco e logoro pigiama a righe. Lui non sa perchè, ma quel bambino triste e malmesso, si trova confinato al di la di un reticolato ad alta tensione.

La natura esuberante dell’infanzia lo porta a volere essere amico di quel bambino infelice e dai grandi occhi. Non è un ostacolo il reticolato e non è vergognoso essere amico di quel bimbo ebreo, sebbene il proprio istitutore cerchi di convincerlo che gli ebrei sono il male assoluto della “grande madrepatria”.
Un destino fatale attende entrambi i bimbi, protagonisti del film, e la loro naturale amicizia.
Nel tentativo di consolidare quell’amicizia, il bambino tedesco sceglie di accomunarsi alla triste condizione del suo nuovo amico. Veste così i panni logori e sporchi dei reclusi ebrei del campo di sterminio e si mescola a tanta tristezza per aiutare l’amico a ritrovare il padre sparito da qualche giorno.
Credendo si trattasse di un gioco, i due bimbi si ritrovano nel mezzo di un vasto gruppo di ebrei che si dirigono a forza nella camera a gas.
La loro natura di esseri innocenti li porta alla morte in modo inconsapevole, giocoso, agghiacciante.

Il film è l’ennesimo tributo alla memoria di una colossale, immane tragedia a cui l’umanità ha assistito e della cui tragicità sembra non conservare un ricordo costruttivo.
Una pellicola che narra la tragedia dell’olocausto vista dagli occhi innocenti e impotenti di chi non è stato ancora macchiato dall’odio e dal razzismo.
Vorrei che potesse essere un ausilio a ricordare, a meditare e ad evitare il ripetersi di tale immane catastrofe umana, ma temo che – come la storia ci ha già suggerito più volte – sia tutto invano.


In questo mondo di ladri

11 Dicembre, 2008

Questa mattina, mentre passeggiavo con il cane, ho avuto una rivelazione. Una rivelazione suggeritami anche dagli articoli di Repubblica commentati su RAI News 24.
Il nostro Duce2 vuole cambiare la Costituzione Italiana. Lo vuole fare ad ogni costo e per i motivi che ben sappiamo. Scappare dai rigori della giustizia e mantenere le promesse fatte a chi lo ha votato ed ai suoi compari.

Mi stupiva il silenzio degli italiani al riguardo delle oscenità dette e fatte dal Duce2, ma poi ho pensato :
“Cosa vuole la gente?”
“Cosa vogliono gli italiani?”
Ma soprattutto :
“Cosa sono gli italiani?”
“Che cos’è l’italia?”
Ho fatto due rapidi ragionamenti e mi è sorta alla mente questa illuminazione:
1. Il centro-sud italia è in mano alle cosche mafiose e all’illecito diffuso (corruzione, concussione, ricatto, appropriazione indebita e chi più ne ha…). Li lo stato di diritto non c’è più da un pezzo e forse non c’è mai stato
2. Il centro-nord italia è in mano all’imprenditoria collusa o ricattata dalle cosche di cui sopra. Imprese per lo più dedite all’evasione fiscale ed all’abuso. Si nascondono dietro alla produttività, poi fanno cose raccapriccianti (commercio di materie alimentari avariate, esportazione di capitali all’estero, decentrazione dell’attività produttiva in paesi esteri per contenere le spese, ma aumento del prezzo dei prodotti per guadagnare sul guadagno)
3. La maggior parte degli italiani ha qualche cosa da nascondere o qualche peccatuccio da far passare impunito. Tra abusi edilizi, frode fiscale, clientelismo e quella innata voglia di farla franca a scapito della legge e delle regole, gli italiani hanno la coscienza sporca. Si lamentano tutti, poi scopri che hanno costruito un edificio del tutto abusivamente, o hanno fatto entrare il figlio nell’amministrazione pubblica sfruttando opportune “amicizie”, o che hanno il genitore morto, ma ne riscuotono ancora la pensione, ecc. ecc., o che non chiedono mai lo scontrino per non turbare il negoziante.

Da tutto ciò deduco che il Duce2 fa e dice quello che vogliono/vorrebbero fare/avere la maggior parte degli italiani.
In un paese di ladri nessuno può dare del truffatore ad un altro truffatore. Dove si è tutti ladri e disonesti, le leggi e le regole danno fastidio.
Ebbene, il Duce2 cerca di togliere le regole e stabilire per legge che l’italia è una nazione fondata sull’illegalità e che gli abitanti sono, per legge, tutti dediti al malaffare.
Dal suo punto di vista, di uomo disonesto, è logico e necessario. Perlomeno potrà sempre dire che lui non è l’unico disonesto in italia

Gli onesti sono troppo pochi per avere voce in capitolo e invertire la tendenza e possono essere sacrificati.
Onesti avvisati, sono a mezzo salvati!


Smemorati!

10 Dicembre, 2008

Oggi ho avuto il privilegio di vedere un vecchio filmato della BBC, facente parte di una opera monumentale sulla Seconda Guerra Mondiale.
Il filmato in oggetto si riferisce al tristissimo, tragico capitolo della 6^ Armata tedesca a Stalingrado nel 1943.
Una storia terribile veramente, in cui 250.000 uomini che andarono in Russia per distruggere e conquistare, spinti da un ideale fasullo e assurdo, furono accerchiati dal legittimo popolo di quelle lande e subirono, oltre che la sconfitta, una cocente vergogna e perdite umane inimmaginabili.

Giunsero a Stalingrado spinti dalla forza di una offensiva travolgente sul versante sud-orientale del Caucaso. Si spinsero così velocemente che i soldati rimasero troppo distanti dai rifornimenti che fecero una enorme fatica per raggiungerli. Ciò accadde con il sopraggiungere del pauroso inverno russo.
Quando i 9/10 della città furono conquistati a prezzo di ingenti perdite e dopo combattimenti metro per metro, le condizioni meteorologiche precipitarono nel lungo inverno ghiacciato, proprio mentre i russi si furono riorganizzati e motivati a riprendersi quello che era loro legittima proprietà.

Dopo essere state accerchiate dalle forze russe, le divisioni al comando del Generale Von Paulus, subirono un assedio ferocissimo, funestato da temperature polari, dalla scarsezza di cibo e munizioni, dalla totale perdita di ottimismo e dall’isterico ordine di Hitler che ordinava di mantenere la posizione.
Quando a gennaio 1943 i russi attaccarono nuovamente la città, la situazione precipitò e il Generale, che il giorno stesso della resa fu nominato Feldmaresciallo da Hitler in persona, consegnò le armi ai russi.
La resa costò ai tedeschi :
- 2 Armate
- 24 Generali
- 2000 Ufficiali
- 90.000 prigionieri e…
150.000 morti
senza contare che le armate ungherese, rumena e italiana, furono totalmente distrutte.

Dopo la resa i tedeschi furono confinati in campi di prigionia a condizioni inumane, tanto che dei circa 100.000 prigionieri ne morirono per fame, freddo e tifo, 50.000 nel giro di poche settimane.
In tutto, dei 100.000 prigionieri, fecero ritorno a casa 6000 soldati.
Voi capite?
Delle 250.000 unità combattenti, di uomini, di esseri umani, ne sopravvissero 6000!!!
244.000 morti di freddo, di fame, di tifo e di fuoco russo. Tutto per perseguire i deliri di un pazzo, per raggiungere un sogno inarrivabile, tutto in nome di una stupidità colossale.
Mi rammarica che dopo un’avvenimento del genere, successo 65 anni fa, ci siano ancora in corso guerre e devastazioni.
E’ triste convincersi che gli uomini muoiono invano, ma se la storia non ci insegna nulla, la nostra vita ha veramente poco valore.


Sala Operatoria – Professionalità

7 Dicembre, 2008

La professionalità è il contenuto, la qualificazione ed il carattere professionale di una attività lavorativa. La professionalità inoltre, identifica il professionista, colui il quale a seguito di adeguata preparazione e formazione, impiega le proprie conoscenze per compiere il proprio lavoro, divulgarlo e onorare la propria professione e chi gliela ha insegnata.

In campo sanitario in generale ed in tema di Sala Operatoria nello specifico, una elevata professionalità riduce di molto il numero e la pericolosità degli errori e delle inadeguatezze e, di conseguenza, aumenta la sicurezza del paziente.

La professionalità racchiude la consapevolezza, da parte del professionista, delle proprie capacità e potenzialità, ma soprattutto della propria responsabilità.

Responsabilità
Nel dizionario Garzanti è testualmente affermato :

Responsabilità : o l’essere responsabile o l’essere nella possibilità di dover rispondere degli effetti (benefici o dannosi nda) derivanti dalle altrui o proprie azioni

Alla voce responsabile del medesimo dizionario è affermato :

Responsabile : è colui che è conscio delle proprie responsabilità

I due termini indicano chiaramente che chi agisce consciamente e con riconosciuta responsabilizzazione, nel bene e nel male, è nella condizione di dover rispondere di ciò che fa e dice.
Non è responsabile chi non è conscio delle responsabilità addossategli (una figura non sanitaria che compie atti sanitari a sua insaputa, non può essere ritenuto responsabile delle azioni commesse), chi viene costretto con la forza o il ricatto a compiere azioni di qualsiasi genere ed al di fuori delle sue riconosciute responsabilità.
Anche il demandare ad altri responsabilità proprie, non annulla comunque la responsabilità del delegare stesso.

I concetti di Responsabilità e Responsabile, richiamano ad altri tre concetti inerenti lo svolgimento delle proprie azioni, le quali possono essere espletate con Imperizia, con Imprudenza o con Negligenza.

L’Imperizia comporta la commissione di azioni e funzioni per le quali non si è completata l’opportuna formazione attraverso la quale il professionista conosce tutte le possibili implicazioni delle proprie azioni e le possibili soluzioni di fronte a problemi conosciuti.

L’Imprudenza comporta la commissione di azioni e funzioni senza l’osservanza delle riconosciute regole di prudenza e buon senso che eviterebbero, se osservate adeguatamente, danni o sinistri o pericolosità generiche a carico del soggetto destinatario di tali azioni e funzioni.

La Negligenza prefigura il commettere azioni dannose e pericolose essendo consci di tali possibili danni e pericoli. Si tratta di fare volontariamente cose che si sa che possono essere pericolose e dannose.

L’imperizia è la condizione di minor gravità, mentre la negligenza è la più grave forma di comportamento. Non va però dimenticato che non è sempre possibile nascondersi dietro alla propria imperizia, per giustificare un eventuale danno arrecato ad un paziente durante l’esercizio delle proprie funzioni assistenziali.
Infatti un infermiere che usa apparecchi che non conosce e sa di non conoscerli adeguatamente, compie atto negligente. Nega, cioè, la propria condizione di inesperto e usa una cosa che non conosce.


Sala Operatoria – L’Area Critica

22 Novembre, 2008

E’ definibile Area Critica quel settore operativo sanitario nel quale il paziente si trova in particolare pericolo di vita, infatti le condizioni vitali del paziente sono critiche e necessitano quindi di sorveglianza e terapia intensive e costanti.
La Sala Operatoria fa parte del comprensorio delle aree critiche ma, a diversità della Rianimazione, dell’UTIC e della Patologia Neonatale, nelle quali il paziente è in condizioni critiche per evento patologico casuale e comunque difficilmente valutabile, in Sala Operatoria le condizioni critiche del paziente sono per lo più indotte volontariamente, al fine di procedere ad atti terapeutici o diagnostici e questo aumenta di molto il quoziente di pericolosità nonchè il peso delle responsabilità.

Ad esempio se un paziente giunge in Rianimazione con una patologia gravissima, è difficile conoscerne la causa, lo sviluppo, i fattori peggiorativi e migliorativi, le soluzioni terapeutiche più efficaci, i pericoli possibili e quant altro. La criticità è di tipo patologico. Si cerca di salvargli la vita e questo può obiettivamente non essere possibile proprio per via della estrema gravità del quadro patologico e della sua casualità.

In Sala Operatoria il paziente giunge quasi sempre volontariamente, indotto a farlo dal medico che gli prospetta l’intervento chirurgico come soluzione preferenziale per la soluzione del suo quadro patologico.
Le sue condizioni non sono critiche in se, ma lo divengono per fare in modo che l’atto operatorio possa compiersi. La criticità, pertanto, è di tipo iatrogeno, ovvero, le alterate condizioni di salute del paziente sono frutto di azioni intraprese volontariamente da operatori sanitari (medici e non medici).
Mentre per le condizioni critiche del malato di Rianimazione di cui sopra, nessuno può sentirsi responsabile, per quelle del paziente in Sala Operatoria, tutti gli operatori sanitari che hanno operato su di lui, ne sono effettivi responsabili.
Naturalmente ci sono pazienti che giungono proprio da altre aree critiche e le loro condizioni divengono ipercritiche per risolvere i problemi di criticità primari. Altresì, un paziente operato può precipitare in condizioni critiche per via della finalità chirurgica e divenire un ospite di un altra area critica come la Rianimazione.

Stabilita quindi la differenza tra un tipo di criticità ed un altro e rimanendo in argomento di Sala Operatoria, la criticità può essere determinata no solo dal peso chirurgico dell’intervento o dall’anestesia, o dal quadro patologico, ma anche dalla preparazione, dalla professionalità e dal comportamento del personale sanitario.
Se quest’ultimo è ben preparato, educato, efficiente, equilibrato e adeguatamente riposato, il gradiente di criticità iatrogena può confinarsi ad un livello molto basso.
Viceversa il personale impreparato, svogliato, stanco, inefficiente ed inadatto potrebbe determinare un innalzamento di suddetto gradiente, per l’assai probabile commissione di errori, inavvertenze e inadeguatezze.
Ne deriva che la criticità delle condizioni del paziente e della sua sicurezza, durante la sua permanenza in Sala Operatoria ed escludendo i fattori patologici di base, il tipo di intervento e di anestesia, è inversamente proporzionale al grado di preparazione ed appropriatezza del personale sanitario.


Incredibile Nostalgia

18 Novembre, 2008

nostalgiaNon so perchè, e non mi interessa di saperlo, ma oggi ho avuto un momento di indicibile nostalgia dei miei posti, di quei posti che mi hanno visto crescere e nei quali ho lasciato le vesti di bimbo per prendere quelle dell’uomo che sono.
Sono stati attimi di commozione al ricordo di quella atmosfera, di precisi dettagli, dei colori.
Sensazioni forti date dal tempo che passa e da quello che è passato e che non se ne va via senza lasciare il segno.
Il peso e lo spessore dei ricordi aumentano sempre più e, con il passare degli anni, quelli più lontani diventano sempre più evidenti e bisognosi di attenzione.
Chiedono spazio e nel far ciò, talvolta, affiorano prepotentemente, irresistibilmente, senza curarsi del dove, o del come, o del quando.

Ho avuto il mio rendez-vous con il mio passato oggi, mentre stavo lavorando.
Il mio non è una lavoro che lascia molto spazio alla soggettività, o almeno non dovrebbe, ma oggi con i ricordi e la nostalgia non si poteva patteggiare. Non li si poteva mettere a tacere sotto una coltre di concentrazione e dedizione alla professione. Ho dovuro dar loro lo spazio che hanno richiesto, ho lasciato che mi avvolgessero il cuore e la mente, ho dovuto a loro il rispetto che si da a se stessi, perchè i ricordi sono parte del sè.

Ho ripensato alla mia casa d’infanzia, ai miei amici, alla musica che mi ha rallegrato l’adolescenza, alla luce di certe giornate, ai colori dell’autunno nei giorni della mia primavera.
E come i ricordi, alcune lacrime non hanno potuto fare altro che uscire, senza imbarazzo e senza briglie. Hanno bagnato i miei occhi e liberato la mia anima e non me ne vergogno, sebbene non fossi solo in un ambiente che poco ha a che fare con sentimenti e tenerezze, la sala operatoria.

Poche lacrime di gioia. Gioia di essere vivo, di essere libero dentro e fuori, di essere capace di manifestare i miei sentimenti di un breve momento di constatazione del mio passato, di cui non rimpiango nulla.
Vorrei solo poter avere il privilegio di rivedere ancora una volta quello che sono stato nei giorni del mio sbocciare.
Non sono triste per il tempo che passa, ma sono contento di ricordare di averlo vissuto.


Il Secondo Ventennio

5 Novembre, 2008

Somiglianze?

Somiglianze?

E’ difficile parlare di attentato alla democrazia in un paese non più libero da molto tempo, ma dato il clima fascista oggi vigente in questa nazione, che ama parlare troppo di libertà, è un dovere di libero cittadino (ancora).

Quando un capo di governo dice troppe volte “libertà” e “democrazia” nelle sue esagerate comparizioni televisive, significa che sta lavorando a sfavore di questi due concetti, oppure egli stesso sente che se non pronuncia quelle due rassicuranti paroline con sufficiente frequenza, la gente potrebbe effettivamente accorgersi che si tratta di due parole senza un senso.
Il nostro Duce2 pronuncia quelle parole almeno 20 volte al giorno e quando qualcosa minaccia la sua libertà, non quella di tutti.
Quando si ficca la parola libertà in ogni salsa verbale, in ogni intervista, in ogni comunicato, in ogni vaneggiamento, significa che la libertà non c’è, o è scomparsa.
La libertà è una condizione innata, non una parola vuota e un capo di governo, il condottiero, non dovrebbe sentire il bisogno di nominarla ogni volta che apre bocca. Se la dovrebbe sentire dentro se, addosso, la dovrebbe percepire nel popolo che guida e nelle istituzioni che gestisce.
Invece in italia non è così.
Non è più così!

In questa nazione si sente la libertà più che mai viva, di etichettare la gente, le loro azioni, il loro colore e di infondere nelle stesse umane genti, il seme dell’odio e della separazione; il germe della segregazione.
Oggi vanno di gran moda l’esercito, il razzismo velato di altruismo e rispetto, l’informazione guidata e spettacolare, la censura di pensieri e opinioni e la cesura tra quello che si ritiene comodo e quello che si ritiene scomodo.
E’ un clima da dittatura, pabulum ideale per despoti, dittatori e fascisti. Il clima tipico che portò un tale Mussolini Benito a prendersi l’italia e dominarla per venti lunhi e disastrosi anni.
Per rivivere direttamente quell’epoca, mancano solo le leggi razziali, il sabato fascista, il saluto al Duce (2), l’abolizione del “Lei” e della stretta di mano e la scritta “Mi Consenta!” su tutte le case del fu Bel Paese.

E’ un declino e un abbruutimento inevitabile ed inesorabile, ma con una differenza sostanziale e drammatica.
Se il Duce1 conquistò il potere con gli schiaffoni, le manganellate e l’olio di ricino, il Duce2 è salito al potere portato a spalle e felicemente dal popolo italiano, abituato alla propria ignoranza e al proprio bisogno di farla franca.

Se il Duce1 armò le sue squadracce di un qualche ideale e di un certo fervore (forse solo fame), il Duce2 ha fatto leva su ignoranza e accondiscendenza di un popolo stremato, mammone e confuso. Quel popolo che la sinistra non ha saputo rispettare, ascoltare e proteggere.
E’ colpa della sinistra e dei suoi incapaci e inetti rappresentanti, se ora il Duce2 sta traghettando l’italia verso il baratro della nuova dittatura.
Un despota non esiste se nessuno si fa calpestare!

Ora l’italia ha il suo nuove Duce, il nuovo “Lui”, il nuovo “Uomo della Provvidenza”.
E’ colui che il popolo italiano ha voluto, spero solo che questo popolo sia contento!


Io sto’ con gli studenti

28 Ottobre, 2008

Quando uno stato mina alle fondamenta le sue istituzioni scolastiche, fallisce miseramente in un medioevo culturale annunciato già da molti anni con il degrado culturale televisivo, con la disincentivazione alla lettura e con la mancata promozione della condivisione delle idee in rete.
Il decreto Gelmini è un’altra mina piazzata e pronta a deflagrare per affossare ancora di più questo paese, che fu di santi, di poeti e di navigatori e che aspira ad una mediocrità vestita di democrazia e di libertà.

Non ci sono parole sufficientemente offensive e preoccupate da redigere per indicare il mio disagio al cospetto del peggior momento politico dal 1925, quando il duce pronunciò il famoso discorso sulle sue responsabilità in merito al delitto Matteotti, instaurando di fatto la dittatura.
In quel tempo fu ucciso chi ebbe il coraggio di denunciare il malaffare violento e tracotante di un fascismo che ben sappiamo a cosa ci condusse. Oggi sta per essere uccisa l’ultima istituzione che ancora avrebbe il potere di cambiare il nostro stato mafioso e criminale, la Scuola.

Definire il Parlamento con qualche aggettivo che ne illustri la sua importanza, non mi riesce. So solo dire che è il Parlamento del “Tutti al governo” e quello che mi fa incazzare non è il bottegaio di Arcore, quanto il cinefilo Veltroni, l’uomo della mancata opposizione, quello del “non conviene”, quello delle parole dette nel posto sbagliato al momento sbagliato, quel grigio signore che avrebbe reso maggior onore all’italia se avesse fatto il regista di spot pubblicitari nelle reti del suo alleato, Berlusconi.
Non solo è privo delle palle per governare, ma non ha nemmeno quelle per opporsi a chi sta prendendo a calci nel culo la nazione, gli italiani, la loro costituzione e la loro cultura.
E’ addirittura più vergognoso del suo alleato di maggioranza. Quello fa i suoi interessi e vende fumo come ha sempre fatto, Veltroni è un imbelle che non sapendo fare altro, ha imparato dal venditore di fumo a vendere parole vacue nel momento sbagliato e parole sensate nel tempo sbagliato, nella dimensione sbagliata e nel luogo sbagliato. Le sue dichiarazioni di piazza sono qualcosa di ridicolo e ritardato, come le sue idee. Farebbe meglio a tacere ed a nascondersi fuori dai confini italiani. Lui non è un Italiano, è un immigrato che si veste da italiano e non si sa da dove venga.

Io sto con gli studenti e con gli insegnanti che sentono il crollo del loro futuro, ammesso che non ne stiano già calpestando le macerie. Li sostengo con il mio pensiero, li capisco e li incito a non mollare.
Lotta dura contro un governo incoerente e velenoso.
Siete nel mio cuore.